L’artista di Squillace (Catanzaro) è stato autore di diversi volumi in vernacolo oltreché autore, regista e attore di brillanti commedie
Una persona umile e semplice, ma di notevole spessore culturale e dalla grande sensibilità. Questi è stato il poeta Totò Spanò, di Squillace – noto e antico borgo in provincia di Catanzaro – che è morto proprio nella sua città e tra la sua gente. Aveva 87 anni ed il commiato è avvenuto nella cattedrale del piccolo centro circondato dall’affetto della sua gran bella famiglia. Se n’è andato in punta di piedi, quasi senza disturbare Spanò, egli che era dotato anche di una grande dose d’umorismo e autoironia! Personaggio versatile, Spanò è stato pure autore, regista e attore di simpatiche commedie sempre in vernacolo!
Con lui si spegne “un apprezzato poeta dialettale” calabrese, autore di sei volumi di liriche in vernacolo. Sempre sul pezzo, Spanò aveva realizzato non più tardi di qualche mese addietro il suo ultimo lavoro intitolato: “A sira vena” (La sera arriva) quasi a presagirne il “distacco terreno”. Tra le altre numerose produzioni letterarie, Spanò bisogna citare: “Vorrìa”, “Ciangiu, rida e cantu”, “Modhichi dispettusi”, “Senti chi sonnu” e “U Malacucchiu”.
E proprio “U Malacucchiu” era il titolo di una fortunata trasmissione in diretta radiofonica locale su Radio Squillace che andava in onda la mattina di ogni domenica, ininterrottamente, dal 1980. Spanò ci teneva tanto al dialetto; lo considerava un valore identitario importante, da difendere e tutelare. Nel dialetto si esprimono gioie e dolori in modo autentico. Pertanto, il dialetto per Spanò è un bene prezioso del quale non se ne può assolutamente fare a meno. Nelle sue opere venivano descritte situazioni e vicende legate al vissuto ed alla realtà quotidiana. Tante le poesie.
E “U Malacucchiu” – che è il bagolaro, un albero tipico della zona di Squillace – è anche il titolo di un altro volume

appunto, che rappresenta il simbolo dell’attaccamento alla terra natia. “Scrivere una raccolta di poesie in vernacolo non è un semplice gesto letterario o il risultato di momenti di ispirazione – si legge in una nota di prefazione al libro di Spanò del giornalista Salvatore Taverniti – ma il prodotto dell’esperienza e della memoria storica. Le scene rappresentate sono quadri di vita reale, di vita vissuta dalle famiglie di ieri, di cui vengono illustrate le condizioni d particolare disagio, ma anche le piccole gioie che rendevano unita la famiglia. Spanò canta l’amore, la famiglia, i figli, – conclude Taverniti – tutti i valori dimenticati dalla società moderna, usando la grande espressività del dialetto e termini linguistici ormai purtroppo in disuso”.
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