In piazza Maria Teresa , a Torino, c’è un uomo che indica. Il braccio destro teso in avanti, la feluca stretta nella mano sinistra, il corpo inclinato quel tanto che basta a suggerire un movimento.
Non sappiamo più verso cosa stia indicando davvero. E forse è proprio questo che continua a tenerlo vivo. Sta lì, nello spazio raccolto della piazza. Un generale in piedi, fissato in un gesto che attraversa il tempo più della materia che lo sostiene.
Guglielmo Pepe muore a Torino l’8 agosto 1855, a settantadue anni, dopo una vita che sembra contenere più esili che patrie. Nato a Squillace il 15 febbraio 1783, attraversa guerre, rivoluzioni, restaurazioni.
È soldato, prigioniero, esule, generale. Combatte a Marengo nel 1800 con le truppe napoleoniche; congiura contro i Borboni; viene incarcerato, liberato, promosso. Torna, riparte, cade, si rialza. È uno di quegli uomini che non restano mai abbastanza a lungo nello stesso punto.
Eppure Torino decide di fermarlo. A volere il monumento è soprattutto Marianna Coventry Pepe, la moglie scozzese che aveva condiviso con lui gli anni dell’esilio e degli spostamenti continui.
Attorno a lei si raccoglie un comitato cittadino, in una Torino che a metà Ottocento sta diventando rifugio politico e laboratorio risorgimentale.
E Marianna Coventry non è una figura di sfondo. Viene da un contesto diverso, lontano dalle appartenenze politiche italiane, e proprio per questo porta con sé uno sguardo più libero, meno vincolato alle tradizioni locali. Durante gli anni dell’esilio condivide con Pepe precarietà, adattamenti, continui attraversamenti di confini. Dopo la morte, il suo intervento prende una forma precisa. Non è solo un gesto commemorativo.
È un modo per trattenere una traiettoria che rischierebbe di disperdersi tra troppe città e troppe cause. In un certo senso è lei a rendere possibile la statua: trasformando una vita mobile in un punto fermo.
La sottoscrizione pubblica si apre rapidamente. Ex combattenti, patrioti, esuli: il nome di Pepe riesce ancora a tenere insieme mondi diversi. D’altronde in quegli anni Torino accoglie uomini provenienti da ogni parte della penisola.
Napoletani, veneti, lombardi, romagnoli: storie differenti che trovano qui una sosta, spesso provvisoria. Non è solo una capitale politica. È un luogo di passaggio dove si depositano esperienze, tentativi interrotti, progetti ancora aperti. Pepe si inserisce in questo tessuto senza coincidere del tutto con esso. Porta con sé una storia più lunga, più irregolare, che fatica a rientrare in una narrazione lineare.
L’inaugurazione avviene nel maggio del 1858, sotto una pioggia improvvisa, raccontano le cronache, con la presenza delle autorità, dei patrioti, degli esuli che avevano trovato in Piemonte una seconda patria. È un momento che ha il tono di una dichiarazione pubblica. Come dirà Terenzio Mamiani, «se all’amore indomato dell’indipendenza italiana si dovessero prestare volto e fattezze visibili», il volto sarebbe quello di Pepe.
A scolpirlo è Stefano Butti, artista lombardo abituato più alla misura dei monumenti civili e funerari che alla retorica celebrativa. Il suo Pepe sembra inizialmente rispettare le regole del monumento risorgimentale: uniforme, posa eretta, gesto di comando.
Poi, avvicinandosi, qualcosa si incrina. Quel braccio teso non ha la sicurezza delle statue che guidano la folla. Sembra il gesto di qualcuno che continua ad avanzare pur sapendo quanto possa costare. Ai suoi piedi si accumulano segni: un cannone, due fucili, una bandiera, un proclama, perfino un’onda del Po, un dettaglio che vorrebbe evocare il passaggio del fiume nel 1848, quando Pepe decise di attraversarlo per portare aiuto a Venezia. Butti lavora per accumulo, cercando di restituire una biografia complessa più che un’immagine compatta. Questo spiega anche alcune incertezze formali: non sono soltanto limiti esecutivi, ma il risultato di un tentativo di tenere insieme molti elementi in un’unica figura.
Il gesto resta il punto di equilibrio. Ed è lì che la sua storia si condensa. Nel 1848, quando Ferdinando II gli ordina di ritirare le truppe, Pepe rifiuta. Scrive che la sua coscienza di soldato e di patriota non può accettarlo. Attraversa il Po, entra a Venezia il 13 giugno, viene nominato comandante in capo. L’ingresso in città concentra aspettative e speranze. Per mesi tutto si gioca lì: le decisioni, le attese, le rinunce. La resistenza si consuma lentamente, tra condizioni sempre più difficili, fino alla resa. È uno di quei passaggi in cui la storia sembra poter cambiare direzione, e poi si richiude.
E Pepe riparte. Ancora esule, ancora fuori posto, ancora legato a un’idea che non coincide mai con il potere del momento. Il monumento cerca di tenere insieme tutto questo nella sua prima collocazione nel Giardino dei Ripari — realizzato tra il 1834 e il 1837 sui resti delle fortificazioni — per essere poi spostato nel 1874 in piazza Maria Teresa.
Un luogo torinese diverso dagli altri: una piazza più raccolta, più silenziosa, meno esibita. Le facciate eleganti, le alberature, la geometria dello spazio costruiscono una scena quasi domestica. Che invita a sostare più che a transitare, e modifica il modo in cui la statua viene percepita.
Il gesto, che altrove apparirebbe enfatico, qui si misura con un contesto più contenuto. Ma non per questo meno inquieto. Nel 1989 un’auto fuori controllo travolge il monumento. Pepe cade, si frantuma. Viene restaurato e rimesso al suo posto. Poco dopo, un atto vandalico colpisce il braccio destro. Anche questo è recuperato e ricollocato. Una vicenda quasi inevitabile per un monumento
dedicato a qualcuno che, per tutta la vita, aveva attraversato rotture, fughe, ripartenze.
Se ci si avvicina al basamento, si leggono le parole: «nei campi, nell’aula, nell’esilio». Tre luoghi, tre condizioni, quasi tre vite diverse tenute insieme a fatica dentro lo stesso nome. Col tempo, il significato del gesto si è fatto meno evidente. Non perché sia cambiato, ma perché sono cambiati gli occhi che lo incontrano.
È forse questo che il monumento prova davvero a fissare: non un eroe compatto, ma una traiettoria irregolare, piena di deviazioni, fedeltà, rotture. In fondo, Pepe sembra appartenere poco perfino alla sua statua. C’è sempre qualcosa, in lui, che continua ad andare oltre il marmo: il gesto, certo, ma soprattutto quella sensazione di movimento trattenuto, di partenza continuamente rimandata.
Piazza Maria Teresa lo contiene con discrezione. Eppure quel braccio continua a tagliare lo spazio. Non indica una destinazione precisa. Tiene aperta una direzione.

01 giu 2026, Di Giovanni C.F. Villa
