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maestro ALESSANDRO RUSSO

"L'acquaforte: il mio racconto antico

 

 

 

 

 

 

 

L'immagine sopra l'immagine: le poetiche di Alessandro Russo di Luigi Tassoni

Perché tacerlo? Conosco Sandro Russo da quando eravamo ragazzi, con i nostri sogni e il nostro modo di vedere il mondo. E sono, dunque, un testi­mone cosciente, lo sono sempre stato, della fedeltà e della costanza che la sua pittura ha sperimentato negli anni. Non vi sembri una contraddizione: la fedeltà e la costanza, tanto nella vita quanto nell'arte, non hanno regole ortodosse, ma esistono e sono percepibili, percorribili, solo se riusciamo a sperimentarle materialmente, in un certo senso se riusciamo a metterle alla prova e a farle relative a nostro presente. Solo cosi si possono dare tracce della realtà delle cose in atto. E, anche agevolato dall'avere scelto una scrit­tura diretta, senza veli, piuttosto che 'acribia della saggistica a volte sper­sonalizzante, se adesso faccio un salto indietro a quasi trent'anni fa, al lavo­ro di Sandro nella sua stanza di via Orti dove, con grande disappunto di sua madre, il fumo e i colore intossicavano le sue notti, rivedo le stesse caratteristiche.
Ossia racconti di incubi che la matita, il colore e il pennello, lavoravano sulla tela con un impasto continuo, che poteva ergersi nella leggerezza degli acquerelli, formalmente ineccepibili pur nella difficoltà che comporta quella materia, cosi come nell'impasto denso degli olii con le figure d'insieme, e naturalmente nelle mascherate, negli uomini-bestia, nei cortei, nè sacro-profano, nel vedere e penetrare oltre la visione. Ricordo un magnifico dipinto che chiamavamo Lo scimmione, ora nella collezione di un nostro amico fiorentino, che quando era appeso ne mio studio in Toscana terrorizzava mio padre le volte che mi veniva a trovare, e se

10 ritrovava all'improvviso davanti, mi chiedeva di farlo sparire. Tutta questa visione della animalità ha una sua tradizione europea, tanto nella pittura quanto nella letteratura, solidissima e affascinante: dal mito elle­nico e latino delle mutazioni bestiali ai poemi e agli affreschi delle metamorfosi rinascimentali, fino alla coscienza di una persistenza che va dal demonio faustiano di Goethe fino all'animalità della narrazione di Tommaso Landolfi, dalla pittura di Fussli fino alle manipolazioni del corpo in Francis Bacon, per non dire altro e andare oltre. Per ora, fermiamoci qui. La visione dell'animalità, al di là dell'impressionabilità di chi guarda, non ha nulla di spaventoso nella pittura di Sandro Russo: la sua realtà a normalmente densa di perturbanti, come li chiama il buon Freud, ovvero di elementi eccedenti che stanno dove noi non avremmo pensato che dovessero stare.
E' il lungo braccio dell'immaginario che pone il sospetto fondatissimo che la nostra realtà sia attiva ben oltre le apparenze, che sia ricca e mutevole, formidabilmente inquietante per i suoi avvenimenti non visibili a occhio nudo, piuttosto che perturbante per 'apparizione di creature malefiche, alle quali del resto ci hanno abituato i racconti popolari come la televisione e i cinema, e i cartoons "per bambini". Questa mostruosità, questo bestialismo, che talvolta viene dichiarato in primo piano e talvolta fa capolino fra le scene, introduce ad uno spazio che sembra clownesco, da saltimbanchi, ma che in effetti va tenuto d'occhio soprattutto per la mascherata in sé, per il senso della trasformazione,   che ha più un effetto di svelamento dentro le cose, dentro il discorso, piuttosto che dichiararsi come punto dell'irrisione, privilegio dell'outsider critico nei confronti di chi sta dentro il cerchio, così bene studiato in un importante libro di Jean Starobinski. Ciò che più interessa ne lavoro di Sandro Russo è la commistione fra paro­dia e visionarietà: entrambe le enunciazioni, secondo la retorica, e anche secondo una retorica che abbiamo notevolmente riscritto nell'epoca attua­le, parlano attraverso una esagerazione di alcuni particolari. In più la sua immagine punta proprio sul "qualcosa-fuori-posto". E in questo modo ci da una delle lezioni materialmente più impegnate dell'arte contemporanea, una lezione che i Maestro, come scherzosamente lo chiamo da sempre, elabora nel cuore di quella piccola nostra discreta città, Catanzaro, che può sembrare stretta ma solo se uno non sa che a volte il mondo si stringe in un puntino.

Siccome ho già detto, e credo di averlo scritto altre volte, della umana animalità, nell'occasione di questo nuovo catalogo delle opere di Sandro Russo vorrei soffermarmi sul carattere dei suoi ritratti. Anche qui agisce la scelta delle mascherate, dei cortei carnascialeschi, dei comizi, che domi­nano numerose opere di grandi dimensioni che Russo ha dipinto soprattutto in questo ultimo quindicennio.
Una scelta che gli ha consentito di adoperare ciò che in semiotica si indica come materialità dei significanti (i colori, le forme, gli spazi, gli spessori, il continuum) in una sorta di amalgama e di sovrapposizione, di voluta sovrimpressione di materiali. Si è formata cosi, sopra il disegno cancellato, la dimensione di una figuratività cancellata, o meglio energicamente tradita. I ritratti di Sandro sono ritratti traditi, appunto: essi si collocano in uno spazio intermedio dell'immaginario pro­posto visivamente dal pittore fra la figuratività vincolante del ritratto, che cercherebbe corrispondenza con il referente della persona, e l'atto liberatorio, svincolante, alla deriva creativa, del momento informale capace di seguire soprattutto le istanze di un referente che si delinea mentre si forma. Lo spazio creativo diventa allusivo e depistante, allegorico e sperimentale, rappresentativo e irridente, sacro per il rispetto della pittura e ironico ne portarla al di là del suo limite di linguaggio. Tutto questo, che ai più potrà sembrare complicato, in effetti riguarda la più coerente immagine della contemporaneità.

I ritratti di Sandro Russo sono come i sonetti di Andrea Zanzotto, uno dei maggiori poeti europei di oggi. Perché in effetti il pittore eredita il modello formale del ritratto, con le regole del genere, come i poeta eredita il sonetto, e decide di muoversi all'interno di un contenitore formale come fosse una sagoma significante, un insieme di significanti (la "figura ritmica vuota" di Valéry), mentre la direzione e il senso della sua operazione stanno nella trasgressione, nella rottura degli enunciati, nell'associazione analogica, nella sovrapposizione degli ipotesti ovvero delle memorie che soggiacciono: con un occhio alla tradizione e con l'altro all'infrazione. I ritratti di Sandro Russo riprendono figure, e sovrapposizione di figure, sopra alle quali la materia irrispettosamente ha continuato a lavorare, rom­pendo il magnifico vincolo del disegno iniziale, e la luce, i gialli, i verdi, gli azzuffi, e persino gli scuri, hanno continuato a muoversi portando vento negli abiti, scompigliando capelli, soffiando sulle barbe o sui seducenti car­nati. E ciò facendo hanno soprattutto insinuato nello spettatore il dubbio sulla "cosa" rappresentata. E' lei ma è anche qualcosa d'altro: il dubbio referenziale. E non è forse lo stesso messaggio che deduciamo dal mondo, dal nostro quotidiano di virtualità e desideri, paesaggi e persone? Non è la stessa domanda che si ripete in ogni momento, anche di fronte a ciò che amiamo di più? Quella "cosa" è la stessa o è qualcosa d'altro? La domanda, una legittima domanda di riconoscibilità del vissuto, della conoscenza, una legittima ansia di identificazione, se da un lato non può poggiare su una certezza assoluta dall'altro ritrova somiglianze, tratti, con­cordanze, con il modello mentale e psicologico dei nostri riferimenti. E allora anche noi, dall'altra parte del quadro, troviamo naturale muoverci nei due spazi del riconoscimento che questa pittura enuncia con grande chia­rezza. I ritratti traditi sono i tentativo di sfuggire al monotono e deludente assioma della ritrattistica, della pubblicità, del nostro consumismo mentale: il riconoscimento di un'immagine ridotta a icona, e accantonata come icona, sminuita porzione che sta in luogo di qualcosa che non si vede. Questa pittura a lavoro sbilancia e critica una inamovibile certezza, un pigro riferimento che racchiude in sé tutto un discorso: dalla schiena delle odalische al profilo di Marilyn Monroe, dagli austeri borghesi alla regina Elisabetta, dalla diva sexy dei telefonini alle linee di Charlot, da Ingres a Andy Warhol.

Silhouettes, sagome, icone, segnali, sembianze: di questo si alimenta vora­emente a giornata di ognuno, e spesso solo di questo si accontenta. Passano, segnano un punto nella cesellino vuota del nostro flipper quotidiano, e rimangono sulla superficie inutilizzabile di un desolante vuoto comunicativo: essi indicano se stessi, semafori che regolano la nostra capa­cità di pensiero. E qui il pensiero si ferma.

Ecco invece i ritratti traditi prorompere fuori da una visione incontenibile, nel senso di una variante continua, nel lavoro che rimesta il lato più convenzionale, il corso quiescente dei linguaggi quasi morti; ed ecco rimettere in campo la folla delle visioni, dei pensieri, la volontà del nostro raccontarci, la supposizione di realtà a più livelli che ci formano di momento in momento.

E anche rimettere in gioco, dopo aver raggiunto una sua pienezza forma­le, quell'elemento di contatto con 'informale originario, l'accumulo caotico da prima alba del mondo, il ritorno all'energia vitale del processo creativo. Questo processo nella pittura di Sandro Russo risulta uguale e contrario a un famoso racconto di Balzac, che spesso mi è accaduto di citare. Uguale e contrario perché in Le chef-d'oeuvre inconnue lo sgorbutico pittore Frenhofer, sotto gli occhi allibiti di due immaginari Porbus e Poussin, nasconde il suo capolavoro sotto linee e pennellate che lo hanno pratica­mente cancellato, eppure lo hanno riportato al proprio principio vitale, alla formazione instabile. Frenhofer, nel bellissimo racconto, di fronte a un dipinto di Porbus dice: "Ta création est incomplète".
Ciò che o assilla è appun­to il non raggiunto stadio di completezza: al contrario nel lavoro di Sandro Russo l'incompletezza si raggiunge con l'eccedenza della materia, scompi­gliando le posture, inserendo materiali d'uso vari, rimaneggiando i particolari e portando l'immagine fuori dallo stadio di equilibrio presunto, fuori dalla sua imperturbabilità, appunto come nell'effetto Balzac. Dunque, in questa pittura l'aggiunta e a sovrapposizione della materia sono una vera e propria conquista, caratteristica della nostra contemporaneità. Nel pieno della sua maturità Sandro Russo propone con questi suoi esem­plari il racconto di una possibilità: lasciate per un po' i mouse, il teleco­mando, le tastiere, gli schermi, e per favore non mettete queste immagini "in cornice".

Una tale energica inquietudine creativa non abbaglia la coscienza, è come i gialli di Van Gogh, come il magico sole rosso inaspettato mentre sorvolavo 'oceano: sa di origine, attira per restituirci a tanta parte che fino a un momento prima non riuscivamo a vedere, noi spettatori del reale e non del virtuale, capaci finalmente di agire dentro alle immagini della nostra storia.

Dunaharaszti,   marzo 2002

Luigi Tassoni (Catanzaro, 1957] è professore ordinario di Semiotica e di Letteratura italiana, e direttore del Dipartimento 
di Italianìstica all'Università di Pécs (Ungheria]. I suoi saggi sono pubblicati in numerosi Paesi europei e negli USA. 
Fra i maggiori stu­diosi dell'opera di Mattia Preti a livello internazionale, ha scritto sull'artista numerosi saggi e due volumi:
  La giovinezza di Mattia Preti e l'eros secentesco (La Biblioteka, 1989), Mattia Preti e il senso del disegno (Moretti e Vitali, 
1990). Opere principali: Finzione e conoscenza (Lubrina, 1989), Poeti erotici del '700 italiano (Mondadori, 1994), 
Semiotica dell'arte e della letteratura (EDA, 1995), Sull'interpretazione (Rubbettino, 1996), Senso e discorso nel testo
  poetico (Carocci, 1999), Ipersonetto di Andrea Zanzotto (ivi, 2001), Caosmos. La poesia di Andrea Zanzotto (ivi, 2002).
  Dirige i Seminari internazionali interdisciplinari di Pécs.

 

 

 

 

 

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