
ASSOCIAZIONE TURISTICA
PRO-LOCO SQUILLACE
Al prof.
Lorenzo Viscido, filologo e poeta latino,
per i suoi alti meriti culturali che conferiscono
alla città di Squillace, sua patria, sommo prestigio.
Squillace
,16 agosto 2002
Il Segretario
Il
Presidente
Pasquale Vetrò
Agazio Mellace
BIOGRAFIA
Il prof. Lorenzo Viscido è nato a Squillace nel 1952.
Laureatosi in Lettere Classiche presso l’Università degli Studi di Salerno, è stato per alcuni anni ricercatore nel Dipartimento di Scienze dell’Antichità del medesimo Ateneo e nel Dipartimento di Filologia Classica dell’Università degli Studi della Calabria.
Dopo aver pure insegnato nei Licei italiani, si è trasferito con la famiglia negli USA, dove ha svolto attività didattica sia nel Liceo Scientifico “Scuola d’Italia” di New York, sia nell’Università di Danbury (Connecticut).
Si è distinto come poeta latino nei certami vaticani del 1983, 1985 e 1986, riscuotendovi publicae laudes e la medaglia d’oro.
Come poeta latino si è anche distinto nel certame catulliano del 1984, in cui ha ottenuto la medaglia d’argento.
Il prof. Viscido è pure filologo, e i suoi interessi di studio sono stati finora rivolti a S. Girolamo, S. Agostino, Clemente Alessandrino, Cassiodoro Senatore, Paolo Diacono e all’innografia bizantina.
Dei suoi libri ci sono noti i seguenti:
1) Squillace nelle fonti classiche, Chiaravalle C.le 1977;
2) Studi cassiodorei, Soveria M.lli 1983;
3) Studi sulle Variae di Cassiodoro, Soveria M.lli 1987;
4) Poematia (carmi latini), Soveria M.lli 1987 (rist. Squillace 2003);
5) Ordo generis Cassiodororum – excerpta- (Introd., testo critico, trad. e commento), Napoli 1992;
6) Cassiodoro Senatore: Variae scelte (Introd., trad. e note), Squillace 2001;
7) Scritti sulla Calabria medievale, Davoli M.na 2002;
8) Cassiodoro Senatore, Variae (Introd., trad. e note), Cosenza 2005;
9) Ricordando Giuseppe Olivadoti, Catanzaro 2005.
Il prof. Viscido ha collaborato a numerose riviste scientifiche italiane e straniere (Studi sull’Oriente Cristiano, Vetera Christianorum, Koinonia, Orpheus, Bollettino di Studi Latini, Vichiana, Rivista Storica Calabrese, Rogerius, Rassegna Storica Salernitana, Rivista di storia e letteratura religiosa, Atene e Roma, Bollettino della Badia Greca di Grottaferrata, Vivarium Scyllacense, Vox Latina, Hermes Americanus, Latinitas, Augustinian Studies, Res Publica Litterarum. Studies in Classical Tradition, Vigiliae Christianae) con tantissimi articoli scritti in italiano, inglese e latino.
Ha collaborato anche a periodici locali, fra cui Il Corriere di San Floro, La radice e Comunità bruzia.
Parla fluentemente quattro lingue straniere, ossia l’inglese, il francese, lo spagnolo e il portoghese.
Scritti
sulla Calabria medievale
Prefazione
di
Italo Gallo
A mio zio Giuseppe Olivadoti,
che accese in me l’amore per lo studio del passato
AVVERTENZA
Ho qui raccolto 5 miei studi che, tranne Cale, Colonna e l’antico culto di Acacio e di Gregorio il Taumaturgo e Appunti sulla rilatinizzazione della diocesi di Squillace e sulla sopravvivenza in essa del rito in lingua greca, sono già apparsi in periodici di diversa natura.
Faccio notare che nei saggi qui ripubblicati ho apportato alcuni ritocchi ed ampliamenti che comunque non alterano le mie tesi.
LORENZO VISCIDO
PREFAZIONE
Lorenzo Viscido, da decenni ormai amico, è sempre stato un instancabile studioso dai molteplici interessi, sia quando viveva in Italia e collaborava con noi nel Dipartimento di Scienze dell’Antichità dell’Università di Salerno, sia da quando risiede negli Stati Uniti, a New York, da dove mantiene costantemente contatti con gli amici italiani e, in particolare, con i calabresi, suoi conterranei.
I suoi interessi di studio hanno finora privilegiato, anche se non in maniera esclusiva (ha scritto e pubblicato saggi su Clemente Alessandrino e S. Girolamo, nonché carmi latini), la storia culturale e sociale della Calabria medievale e, in modo preminente, la figura e l’opera di Magno Aurelio Cassiodoro, di cui sono stati posti in risalto non pochi aspetti di gran lunga importanti.
Viscido ha ora deciso di raccogliere in questo volumetto una parte dei suoi scritti sulla Calabria medievale, tre già pubblicati su riviste di cultura storica e due ancòra inediti. Dei tre già editi uno è apparso nella Rivista Storica Calabrese del 1997, un secondo nel 1998 nella Rassegna Storica Salernitana da me diretta, e il terzo in Vivarium Scyllacense del 1999. Degli inediti il primo, Cale, Colonna e l’antico culto di Acacio e di Gregorio il Taumaturgo, contiene una breve polemica sull’esatta localizzazione di due centri tardoantichi e medievali; il secondo, Appunti sulla rilatinizzazione della diocesi di Squillace e sulla sopravvivenza in essa del rito in lingua greca, dimostra che a Squillace, pur essendovi vescovi latini nel secolo XII e oltre, sopravviveva il rito in lingua greca per la presenza, accanto alla latina, di un’ampia collettività di lingua e tradizione ellenica.
In tutti i saggi va notata l’acribìa dell’autore, la sua larga informazione bibliografica, la persuasività delle argomentazioni, la documentata veridicità delle conclusioni. È giusto dunque augurare a questo libretto successo e consenso dei lettori, e non solo di quelli calabresi.
ITALO GALLO
SU UNA EPIGRAFE SQUILLACESE DEL 1522: PROPOSTA DI
LETTURA E INTERPRETAZIONE DI UN TESTO LATINO, CONTRIBUTO ALL’IDENTIFICAZIONE
DEL CASSIODOREO MONS CASTELLUM NEL
COLLE DELL’ODIERNA SQUILLACE*
*Vivarium Scyllacense 10.2 (1999), pp.13 ss.
Scolpita nel 1522 su una lapide in gesso compatto, lunga più di un metro e alta 18 centimetri, e scoperta più di un secolo fa, mentre si abbatteva una parete di tramezzo delle cosiddette case di Cassiodoro in Squillace, la seguente epigrafe*, opera di tal Matteo de Alamagna, del quale si parlerà più avanti, costituisce attualmente un cimelio della sede dell’amministrazione comunale squillacese:
VTINA. MOI ISTA MANERENT ALTV. HVMILEQ. CAPVT CIDIT
IN MARES OPERA NOSTROS Y HEV QVIS PRIMVS FVIT ILLE
SED SEVIOR OIBVS MORS QVI ALIENIS PALATIA STRVXIT
MATHAEVS DE ALAMAGNA 1522
Va rilevato, prima d’ogni cosa, che non è chiaro l’anno in cui precisamente l’epigrafe fu reperita. Se, stando al Brinati1, infatti, essa venne alla luce nel 1887, cioè, come egli nota, due anni prima che il Lovisato ne desse notizia nei suoi Studi scientifici sopra Squillace nella Calabria ulteriore seconda (Cosenza 1882, pp.10 s.) – tale è la citazione del Brinati –, non si capisce come quella data possa essere accettabile. Si dovrebbe credere, invece, che la lapide sia stata scoperta non nel 1887, bensì nel 1880.
Edita per la prima volta dal Lovisato2, inoltre, a cui dopo rivolse attenzione il Brinati3, l’iscrizione va letta, come già rilevato dagli studiosi di cui sopra, separando le righe a metà. Una ypsilon d’altronde, inserita nel mezzo, è indice di quanto ora posto in risalto. Leggendo prima, quindi, i semirighi di sinistra e poi quelli di destra, si ricava il seguente testo, sulla cui lettura proposta sia dal Lovisato che dal Brinati e sulle cui interpretazioni da essi suggerite desidero qui soffermarmi, prima di avanzare alcune considerazioni di carattere critico-testuale ed esegetico:
VTINA. MOI ISTA MANERENT
IN MARES OPERA NOSTROS
SED SEVIOR4 OIBVS MORS
ALTV. HVMILEQ. CAPVT CIDIT
HEV QVIS PRIMVS FVIT ILLE
QVI ALIENIS PALATIA STRVXIT
È da notare, innanzitutto, che, avendo il Lovisato ritenuto moi del primo semirigo una forma abbreviata di mo<nument>i, congettura accolta dal Brinati, il passo che va da utina<m> a nostros è stato da loro così tradotto: “Il ciel volesse che rimanessero questi monumenti, opere pei nostri figli” (Lovisato); “Volesse il cielo che questi monumenti restassero perennemente come case dei concittadini nostri” (Brinati). A ciò si aggiunga che, potendo anche leggersi l’epigrafe, secondo il Lovisato, separando a metà la seconda e terza riga e mantenendo unita la prima, il significato da conferire a quest’ultima e al secondo semirigo, che costituiscono il passo su citato, dovrebbe essere per lui il seguente: “Il ciel volesse che rimanessero questi monumenti! Tanto il sublime che l’umile capo ruinò. Le nostre opere sono pei nostri figli”. Ma, in base a tali versioni, non dobbiamo necessariamente credere che il termine mo<nument>i sia stato da quegli studiosi considerato un nominativo plurale (?) e che con esso, anziché con opera, sia stato accordato l’aggettivo neutro ista (“questi monumenti”), tenuto conto, peraltro, che, circa l’espressione in mares opera nostros, l’uno ha tradotto “opere pei nostri figli”, “le nostre opere sono pei nostri figli” e l’altro “come case dei concittadini nostri”? Al contrario, non bisogna conoscere profondamente il latino per comprendere che l’aggettivo ista, impiegato al posto di haec5, non è riferito a mo<nument>i, che invece è genitivo singolare di un sostantivo neutro della 2º declinazione, bensì ad opera, nominativo plurale del neutro opus.
Quantunque, tuttavia, inaccettabili siano nel complesso le interpretazioni degli editori suddetti, ha colto a mio parere nel segno il Lovisato traducendo in mares...nostros “pei nostri figli”, versione, questa, che, rispetto a quella libera del Brinati, ricalca bene il testo latino. Pur non avendo il Lovisato, infatti, commentato tale espressione, è da rilevare che il termine mares, accusativo plurale di mas, viene qui usato, come meglio si vedrà più avanti, col significato di “figli”, “nuove generazioni”, già noto nel latino medievale6.
Circa, inoltre, la preposizione in, a cui fa seguito il sostantivo mares, essa, come pure meglio si vedrà più avanti, ha valore finale. Quest’uso d’altronde, raro nel latino arcaico, è frequente da Tito Livio in poi7. Si potrebbe pensare, tuttavia, a un valore temporale, considerato che in più l’accusativo, in dipendenza dal verbo maneo come nel nostro caso, è un costrutto già conosciuto in latino: ne costituisce esempio OV., Ars am. III, 127 s. “sed quia cultus adest nec nostros mansit in annos / rusticitas priscis illa superstes avis”. Se si conferisse a in della nostra espressione, però, valore temporale, dovremmo credere, allora, che Matteo de Alamagna si riferisca a qualcosa che deve perpetuarsi non per le nuove generazioni di Squillace, ma attraverso le generazioni squillacesi, cioè nel fluire dei secoli, il che potrebbe escludere la fruizione da parte dei mares di quel che Matteo de Alamagna desidera rimanga. Pur restando nel tempo, insomma, quanto a cui egli fa riferimento, ciò non necessariamente si perpetuerebbe per quei rampolli: altro è il rimanere di qualcosa per loro, altro è il perdurare di qualcosa negli anni in cui vivono, durante i quali non è detto che siano essi a beneficiarne. Prescindendo per il momento, comunque, dall’uso della preposizione in, problematica, se si vuol dar senso ai due semirighi iniziali dell’epigrafe, risulta la congettura del Lovisato mo<nument>i a causa dei motivi poc’anzi esposti. Essendo necessario, allora, integrare moi diversamente e ritenendo che in tale abbreviazione sia racchiuso con molta probabilità un appellativo di colui grazie al quale sorsero gli edifici dove fu scoperta la lapide, mi permetto di proporre una nuova lettura, a cui farò seguire un mio commento dell’intera epigrafe. Ancor prima, però, di procedere a tale riguardo, sono doverosi certi chiarimenti che il lettore vorrà pazientemente tollerare se in essi mi dilungherò.
S’è già detto che l’epigrafe in questione fu scolpita su una lapide posta nelle cosiddette case di Cassiodoro, cioè di Cassiodoro Senatore** (V-VI sec. d. C.)8, ben noto sia per essere stato ministro dei re goti alla corte di Ravenna, sia per avere istituito a Vivarium, nell’area periferica della natìa Squillace, una paideía monastica fondata sullo studio della Bibbia e delle saeculares litterae, che rappresentò un modello d’insegnamento per alcuni uomini dotti del medioevo9. Ritiratosi tuttavia nelle sue tenute calabresi, parte della potenza economica della sua famiglia, dovuta principalmente ad agganci politici10, Cassiodoro non pensò esclusivamente a creare un vivaio di cultura, ma si adoperò pure affinché, qualora monaci eruditi dalla consuetudo cenobitica del monasterium Vivariense avessero desiderato condurre vita anacoretica, essi fruissero dei secreta suavia di mons Castellum, dove esistevano remota et emitantia heremi loca, ...muris pristinis ambientibus...inclusa11.
Si tenga presente, a questo punto, che nel suo de Squillacio redivivo, un manoscritto del 1694, da me consultato tempo fa presso l’archivio diocesano di Squillace, che, sebbene vada letto con cautela, contiene, tuttavia, notizie attendibili, in quanto queste trovano riscontro in altre fonti, il domenicano Giuseppe Lottelli ci informa di un’antiquissima tradizione popolare squillacese, secondo cui vicino al castrum vetus, seu la torretta12 sul colle dell’attuale Squillace – castrum dal quale si distingueva il castellum fondato nel 1043 da Guglielmo Braccio di Ferro e da Guaimaro, principe di Salerno (f. 54r), meglio conosciuto come castellum novum, di cui fa menzione il Malaterra nelle sue res gestae Rogerii Calabriae et Siciliae comitis...l3 –, c’erano delle case dai cittadini chiamate aedes Cassiodori (“...est locus aedium quae antiquissimae traditionis vi aedes Cassiodori a civibus nuncupantur”: f.55r). In verità, circa tale traditio che ancòra oggi perdura (le case di Cassiodoro sono site in via Tommaso Campanella, una di quelle tante stradine alle falde del colle, su cui tuttora si erge maestoso il castello normanno e sul quale, a testimonianza del Lottelli che ribadisce il Malaterra, esisteva già il vecchio castrum), bisogna riconoscere che essa, antiquissima nel XVII secolo, non vigeva senza alcun motivo. Se la tradizione popolare squillacese, in altri termini, denominava aedes Cassiodori alcuni degli edifici dell’odierna via T. Campanella, qualche legame doveva pure esistere tra essi ed il fondatore della comunità monastica di Vivarium. Quale legame? È importante cercare di capirlo, giacché, se davvero esiste come io penso, il nesso diventa di forte sostegno alla congettura che intendo proporre per moi del semirigo iniziale della nostra epigrafe.
Pur non volendo entrare in merito alla querelle sull’identificazione dei montis Castelli secreta suavia, o meglio dei remota et emitantia heremi loca, che Cassiodoro riteneva posti ideali per quei fratres desiderosi di vivere velut anachoritae e che per alcuni14 vanno individuati sul promontorio di Stalettì, sovrastante la chiesetta di S. Martino del monastero vivariense, per altri15, invece, sul colle dell’odierna Squillace, non posso tuttavia esimermi da certi rilievi personali, che in gran parte contrastano con le tesi del Bougard e della Noyé16, nonché della Zinzi17, e in gran parte corroborano le proposte dell’Arslan18 e del Rhodiol9, relative all’ubicazione di quei remota...loca nell’area collinare squillacese.
Esaminiamo, innanzitutto, il seguente passo delle Institutiones di Cassiodoro:
“nam si vos in monasterio Vivariensi, sicut credere dignum est, divina gratia suffragante coenobiorum consuetudo competenter erudiat, et aliquid sublimius defecatos animos optare contingat, habetis montis Castelli secreta suavia, ubi velut anachoritae praestante Domino feliciter esse possitis. sunt enim remota et emitantia heremi loca, quando muris pristinis ambientibus probantur inclusa” (Inst. I 29,3).
Intendo chiarire, prima d’ogni cosa, che con il termine mons (“montis Castelli”) Cassiodoro fa riferimento a una sporgenza della superficie terrestre che non raggiunge, però, un’altezza così considerevole come quella, ad esempio, del nostro Monte Bianco, ma che si presenta di modesta elevazione come quella di un colle, del quale mons è sovente sinonimo in latino20. Nei pressi di Vivarium, infatti, non esistono rilievi così alti da potersi considerare monti. Lo stesso Cassiodoro del resto, quando in Var. XII 15,4 fa menzione del Moscius mons, l’attuale promontorio stalettiese, al cui pes ha fatto scavare dei claustra Neptunia21, si riferisce ad un’altura che consiste appunto in un promontorio. Si noti, inoltre, che, quando in Var. III 48,1-2 egli traccia una descrizione del Verruca castellum (castellum in Cassiodoro è sinonimo di castrum: cfr. Var. I 17, 1-3 “castrum iuxta vos positum praecipimus communiri... Et ideo praesenti auctoritate decernimus, ut domos in praedicto castello alacriter construatis...”), così scrive: “Est enim in mediis campis tumulus saxeus in rotunditate consurgens, qui...totus mons quasi una turris efficitur”. Qui mons è riferito a tumulus, che, come si evince dal contesto, non sta ad indicare un vero e proprio monte, ma un rialzo del terreno in mediis campis, definibile, usando termini di Lewis e Short, “hill”, “hillock”22. Che nel passo su citato delle Institutiones, pertanto, il termine mons sia stato usato per indicare il colle dell’odierna Squillace non mi sembra inopportuno dichiararlo. Che poi il mons venisse chiamato Castellum, ciò è indice dell’esistenza in quell’area di un centro fortificato, senza dubbio antico, in quanto delimitato da muri pristini, che non capisco perché non possa identificarsi nel predetto colle, dove i Normanni più tardi edificarono il novum castellum, richiamati molto probabilmente dalla posizione difensiva del luogo.
A parte ciò, comunque, e prendendo in considerazione i consigli che nel passo di cui sopra Cassiodoro rivolge ai suoi fratres, è obbligatorio chiedersi se davvero alcuni monaci di Vivarium abbiano poi condotto su Monte Castello vita anacoretica che, assieme a quella esicastica e cenobitica, secondo la distinzione fatta da Giovanni Climaco23 († c. 600), rappresentava una delle tre καταστάσεις del modus vivendi monacale24, consistente nella αναχώρησις και μονία, cioè nel ritiro e nella solitudine. Se così fosse, infatti, e considerato soprattutto che le dimore scelte nell’anacoresi non erano edifici forniti di mezzi utili a sopperire all’esigenze di coloro che vi abitavano, come invece nel caso di un cenobio25, ma costituivano umili abitazioni di luoghi solitarî e silenziosi, come spelonche, capanne ecc., dove soltanto si poteva raggiungere l’απάθεια o, per usare un’espressione di Cassiano, scrittore da Cassiodoro raccomandato ai suoi monaci26, la mentis...puritas tranquillitasque (Conl. I,7), se così fosse, dicevo, sarei tentato a credere con la Zinzi27 che alcune cavità rupestri del promontorio di Stalettì corrispondono alla sede anacoretica dei fratres appartenenti all’istituzione cassiodorea. La Zinzi tuttavia, che ora ritiene “l’integrazione rupestre dei fenomeni insediativi...nell’area del Vivariense sive Castellense ...probabilmente” connessa al “primo costituirsi” di quella istituzione “a metà del VI secolo”28, ora afferma, invece, che quel “complesso anacoretico rupestre...può validamente documentare, per morfologìa e sito, almeno una parte del ramo eremitico (Castellense) del monastero voluto da Cassiodoro... e da lui descritto”29, non presta attenzione a un particolare. Se di “morfologìa e sito” si vuol discutere, rimane da stabilire fino a che punto nell’area del complesso rupestre di cui sopra possa identificarsi l’habitat dei monaci di mons Castellum. A parte il fatto, in verità, che i suggerimenti di Cassiodoro ai suoi fratres di vivere, qualora ne sentano il bisogno, come anacoreti in un’area di mons Castellum delimitata da muri pristini sono pur sempre dei suggerimenti, per cui non sappiamo se poi quei monaci abbiano praticato l’anacoresi e, in caso positivo, dentro quella cinta muraria, è da osservare che nella descrizione cassiodorea, in cui la Zinzi di gran lunga si crogiola, c’è in effetti riferimento a loca solitarî (secreta suavia, ... remota et emitantia heremi loca), inclusa da muri pristini ambientes, nei quali solo Dio sa se ci fossero spelonche (e non certo rupestri: rupi in una cinta muraria?) o se alcuni monaci di Vivarium, lì ritiratisi, abbiano invece menato vita anacoretica in capanne, siano esse di legno, di frasche o di pietra. Essendo poi quei luoghi suavia (“secreta suavia”), non penso che corrispondano alle “unità rupestri, dislocate...sulle sommità dei costoni rocciosi, al cui fondo scorrono i torrenti Vulcano e Lamia, di struttura orografica più aspra nel primo, più distesa nel secondo”30.
La Zinzi, inoltre, non attribuisce molta importanza ad un fatto estremamente interessante, e cioè che nell’VIII secolo o all’inizio di quello successivo pare siano state traslate sulle spiagge di Stalettì da monaci greco-orientali le reliquie, tuttora venerate in quel paese, di Gregorio di Neocesarea o il Taumaturgo31, un cui monastero è attestato lì nei pressi, ancor prima che da Atanasio Chalkeópoulos nel XV secolo, dal “pubblico notaio della città di Squillace”, Peregrino Samonà, il quale operò come tale fra il 1240 e il 1270. Infatti, sia in un documento greco che egli redasse nel 1242, testimoni sottoscritti Sergio Macrì ed Andrea figlio del presbitero Basilio, a sua volta figlio, quest’ultimo, di tal Taverniti, sia in un atto di permutatio di proprietà rogato anche in greco nel 1243 in presenza di alcuni ieromonaci, occorre la menzione, fra l’altro, di Gerasimo, ieromonaco e categumeno del monastero / cenobio (μoνή...κυνόβιoς) di S. Gregorio il Taumaturgo32.
Tenuto conto, ancòra, che da S. Martino di Copanello, ben nota area del monastero vivariense, non lontana dal sito delle suddette grotte, proviene un frammento della copertura di un sarcofago con iscrizioni graffite bizantine, il cui significato è “aiuta e proteggi il tuo fedele servo Niceto”33, non sarebbe azzardato credere che quelle cavità rupestri costituiscano un insediamento di matrice greco-orientale e rispecchino, di conseguenza, una forma di vita ascetica del monaco bizantino, che per desiderio di pace e di contemplazione viveva in spelonche o in celle separate34. Questo tipo di ascesi fu pure praticato da monaci italo-greci, di cui la Calabria si popolò nell’alto medioevo. Si pensi alle grotte intercomunicanti del monastero di S. Giorgio di Pietra Cauca (IX/X sec.), sito nell’area reggina, “in un’aspra zona montana a circa 780 m. sul mare”35. Per le unità speleotiche del promontorio di Stalettì, dunque, possiamo facilmente ritenere che esse, come per monaci bizantini (il loro culto di S. Gregorio il Taumaturgo diede poi origine all’omonimo cenobio), anche per monaci italo-greci abbiano inizialmente funto da impianto monasteriale eremitico, di cui la chiesetta basiliana di S. Maria, che tuttora sorge lì vicino e della quale discuterò più avanti, doveva costituire il καθολικόν36.
Oltre a quanto su esposto, tuttavia, è il caso di riferire che, a seguito di più o meno un ventennio dalla morte di Cassiodoro37, si ha testimonianza in Gregorio Magno di un monasterium Castelliense, sul cui solum era sorto il castrum quod Scillacium dicitur, noto anche col nome di Scillacinum castrum38, ricettacolo di presidii e di abitanti della città di Scyllaceum, che nella descrizione fatta da Cassiodoro, risultava priva di mura di difesa: Var. XII 15,5 “...quia modo non habet muros, civitatem credis ruralem, villam iudicare possis urbanam...”. Ci troviamo, quindi, non solo dinnanzi ad un insediamento fortificato, sorto “nel momento in cui la vita dell’urbs cassiodorea è insicura” a causa della “minaccia longobarda”39 — un insediamento che, se per il Bougard e la Noyé40 è da identificare in quello emerso, a seguito degli scavi dell’ École Française di Roma, sul promontorio di Stalettì41, non apparirebbe un “centro capace di una propria autonomia difensiva”, in quanto, diversamente dal colle dell’odierna Squillace, arretrata di più o meno 7 chilometri dalla costa e la cui area del castello attende da tempo l’attenzione degli archeologi, è “clamorosamente visibile e raggiungibile in pochi minuti dal mare e quindi soggetto a possibilità di sorprese”42 —, ma anche di fronte ad una comunità monastica bene organizzata. Essa infatti, come asserisce Gregorio Magno (Ep. VIII, 32), ha un abbas (“...questi nobis sunt praedicti monasterii monachi abbatem suum terram intra Scillacinum castrum...fraternitati tuae donationis titulo concessisse”: ib. 39 ss.), gode di certi diritti (“...monasterii iura”: ib. 38; “...in solo iuris monasterii...”: ib. 40; “...in iure monasterii...”: ib. 45; “...res monasterii de iure eius...”: ib. 47), possiede beni in comune (“...quae ei [sc. monasterio] sunt diutius custodita...: ib. 11 s.), esige annualmente dagli habitantes della nuova città un solaticum per l’affitto del terreno su cui è stato costruito il castrum, nonostante da qualche tempo i cittadini si rifiutino di pagare (“Indicaverunt...monachi...habitantes illic factis libellis solaticum singulis annis expondisse persolvere sed postea contempsisse et ab eadem se praestatione supervacue suspendisse”: ib. 30 ss.). Contrariamente, però, alle raccomandazioni cassiodoree, non pare che i fratres del monasterium Castelliense vivano in una solitudine ‘remota’, se permettono (siano stati pure costretti) che gli habitantes di quella fortezza risiedano nel solum di loro proprietà (“Indicaverunt etiam praedicti monasterii monachi castrum quod Scillacium dicitur in solo iuris monasterii eorum esse fundatum...”: ib. 32,30 s.). Pur ritenendo, tuttavia, il solum iuris monasterii Castelliensis così esteso da far consentire a quei monaci che vi sia edificato il castrum, ammesso, inoltre, che essi vivono fuori di quel centro fortificato, costruito, appunto, non nel solum monasterii, ma nel solum iuris monasterii, pur supponendo, infine, che, nel caso lo desiderino, i frati abbiano la possibilità di dedicarsi a vita anacoretica, bisogna tener presente che, se essi impiegano parte del loro tempo nel ricavar guadagno dalla loro proprietà, ‘facendo’ libelli con gli Squillacesi per l’affitto di un determinato terreno e impegnandosi nella riscossione del solaticum; se essi, ancòra, sono ben compatti nel chiedere l’intervento del pontefice sia contro il tentativo di una laica persona di impadronirsi del monasterium annesso a quello Castelliense (“Querimoniam monachorum monasterii Castelliensis oblata ab eis petitio...patefecit. Proinde fraternitas vestra...mona-sterium, quod monasterio eorum unitum est..., praevideat ordinari, quia rationis ordo non patitur ut monasterium ipsum...ad arbitrium suum praesertim laica persona subducat...”: GREG. M., Ep. VIII 30, 1 ss.), sia contro il tentativo del vescovo Giovanni di appropriarsi di alcuni loro beni (...questi sunt fraternitatem tuam quaedam de monasterio sub exenii quasi specie abstulisse: ib.16 s.), dimostrano che, oltre ad eventualmente attendere al silenzio e alla solitudine nei loro rifugi, sanno anche adattarsi alla vita in comune e dispongono, quindi, di una sede dove riunirsi, discutere su certe decisioni da prendere, conservare il solaticum, custodire i testi pertinenti ai loro iura, usare carta e penna per chiedere l’aiuto del pontefice contro determinati abusi, ecc. Abbiano o non abbiano, ad ogni modo, i monaci di mons Castellum praticato l’anacoresi, siamo certi, grazie alla testimonianza di Gregorio Magno, dell’esistenza in quell’area di due monasteria, l’uno unito all’altro e appartenenti alla medesima congregatio: “Proinde fraternitas vestra... monasterium, quod monasterio eorum unitum est..., praevideat ordinari, quia rationis ordo non patitur ut monasterium ipsum...ad arbitrium suum praesertim laica persona subducat...”: Ep. VIII 30, 1 ss.). Non c’è dubbio che il termine monasterium, valutando pure il contesto della lettera, non è qui impiegato col valore semantico di “habitation de moine seul, ermitage, cellule”43, ma con riferimento a un edificio per una comunità monastica, uso frequente, questo, nel latino cristiano44 e persino in altri passi degli scritti di Gregorio Magno (cfr. Ep. V, 4; Dial. I, l; ib. I, 4; ib. III, 23). Esistono su Monte Castello quindi, relativi ad un’unica congregatio, due impianti monastici, organici e funzionali, che debbono soddisfare le esigenze della comunità e, come tali, debbono essere composti da un refettorio, da una biblioteca, da un dormitorio, da un oratorio, ecc. E allora, l) se si tiene conto di tali realtà edilizie, sorte su uno dei terreni di Cassiodoro per una congregatio da lui stesso istituita, 2) se si considera che un anno dopo la scoperta dell’epigrafe di Matteo de Alamagna venne alla luce sul frontone in pietra di una finestra delle case che nel XVII secolo per un’antiquissima traditio venivano chiamate aedes Cassiodori l’iscrizione vanitas vanitatum et omnia vanitas, un motto dell’Ecclesiaste (1,2) che ben si addice ad un ambiente monastico, 3) se per moi del semirigo iniziale della nostra epigrafe si propone la congettura mo<nach>i, facilmente accettabile come sto per dimostrare, non è affatto impossibile identificare i monasteria castellensi nelle aedes Cassiodori, a prescindere da chissà quali modifiche e restauri vi fossero stati nel tempo eseguiti sino all’epoca in cui il Lottelli ce ne dava notizia. Inoltre, poiché le attuali case di Cassiodoro sono costituite da poche stanze ed in passato consistevano in più di un edificio – ne è prova il plurale aedes lottelliano (“...aedes Cassiodori a civibus nuncupantur”) –, si è propensi a credere che il rimanente complesso monastico sia stato assorbito attraverso i secoli da nuove costruzioni.
Riguardo alla mia congettura, si noti che, nonostante si fosse mai considerato monachus, Cassiodoro fu sovente definito con tale appellativo dalla tradizione letteraria medievale (cfr., ad es., P. DIAC., Hist. Lang. 1,25 “...Cassiodorus...primitus consul, deinde senator, ad postremum vero monachus exstitit”: MGH SS. 6, 24; SIGEB. GEMBL., De script. eccl. 40 “Cassiodorus, consul et senator, postea monachus et abbas”: PL 160, 556; ROB. TORINN., Prol. in abbrev. Exp. Ep. Ap. “Ego autem assentior Cassiodoro senatori et monacho”: PL 202, 1319).
Dal punto di vista grafico, inoltre, moi per mo<nach>i si giustifica come segue: essendo nota in latino l’abbreviazione moij per monasterij45, sostantivo il cui rapporto semantico con il termine monachus non ha bisogno di commento e la cui grafìa nella desinenza del genitivo singolare ricorre nella forma ij (o ii), donde la voce abbreviata moij (o moii), credere che monachi, genitivo, invece, dalla semplice desinenza i, possa abbreviarsi in moi non mi sembra per nulla errato. Accogliendo la congettura mo<nach>i, dunque, e accordando correttamente l’aggettivo ista con il successivo termine opera, metonimicamente adoperato per indicare edifici, cioè i palatia del semirigo finale dell’epigrafe (il quale uso non è raro in latino: cfr., ad es., CIC., Verr. I 4,12; LIV. I 56,2; SVET., Tib. 30), si ottiene un testo in cui l’espressione mo<nach>i... opera costituisce sinonimo di aedes Cassiodori e che, oltre a ribadire la tradizione letteraria medievale da cui, come poco fa ho fatto notare, monachus veniva considerato l’ex ministro di Teodorico, non solo rivela il nesso tra il medesimo e quegli edifici, in quanto, se non da lui direttamente fondati, sorsero, però, in un suo terreno per soddisfare esigenze della sua comunità, ma rende chiaro ciò che essi sono, quantunque non più adempienti alle loro funzioni primitive: cos’altro, se non monasteri, possono essere le case di un monaco, o meglio “le case del monaco” Cassiodoro, su un frontone delle quali – ripeto – fu scoperta nel 1523 un’iscrizione consistente in un motto biblico consono ad un ambiente monastico? Volendo riportare un esempio, che cos’è la domus Canonicorum in Oxford, di cui parla Matthew Paris nel 1238 nei suoi Chronica Maiora, se non, come lui stesso riferisce, l’abbatia de Oseneie (“Tunc vero temporis dominus legatus cum Oxoniam adventasset, et honore summo...reciperetur, hospitatus est in domo Canonicorum, scilicet abbatia de Oseneie”46)? Cos’altro, se non monasteri, – mi richiedo – possono essere “le case del monaco” Cassiodoro, il quale s’era ritirato nella sua terra natale con il preciso obiettivo di crearvi un centro monastico, in cui fossero perseguiti ideali religiosi, nonché scientifici? Si potrebbe ipotizzare una dimora privata di Cassiodoro; ma l’uso del plurale opera, ribadito dal plurale aedes dell’espressione del Lottelli aedes Cassiodori, indica non una casa, bensì più edifici, in cui non avrebbe molto senso veder Cassiodoro vivere solo. Se sul colle di Squillace, allora, esistono mo<nach>i... opera, vale a dire monasteri cassiodorei, non è possibile credere che essi rappresentino i monasteria della congregatio castellense di cui fa menzione Gregorio Magno e del cui nesso con Cassiodoro s’è prima discusso? Ciò fa pensare, inoltre, che, se inizialmente quel colle fu forse sede di alcuni fratres desiderosi di condurre vita anacoretica (dico forse, perché come già ho messo in rilievo, non sappiamo se quei frati abbiano praticato l’anacoresi), in seguito (quando esattamente non è possibile stabilirlo, ma con certezza prima dell’agosto del 598, data di ambedue le lettere gregoriane in precedenza citate) esso divenne anche ricettacolo della comunità monastica vivariense, la quale, dimorando sul litorale ed essendo molto esposta alle incursioni longobarde, fu costretta a trovare rifugio sul predetto colle, dal cui nome mons Castellum47 fu indicata come congregazione monasterii Castelliensis (Greg. M., Ep.VIII 32,1).
Può benissimo spiegarsi, a questo punto, il motivo per cui nel XVII secolo, in base a una traditio antichissima, aedes Cassiodori erano definite dai cives squillacesi le case di cui sopra: essendo stati gli edifici della congregatio castellense, come già s’è detto, costruiti in uno dei terreni di Cassiodoro per una comunità da lui stesso istituita, i primi abitanti dell’area limitrofa, cioè del castrum quod Scillacium dicitur, i quali, a distanza di più o meno un ventennio dalla morte del loro illustre conterraneo, non potevano affatto ignorare il suo nome e la sua opera, cominciarono a chiamare quelle dimore (e a buon motivo) case di Cassiodoro, denominazione che si tramandò nei secoli nel popolo di Squillace per indicare gli impianti cassiodorei.
Se così stanno le cose, la traditio popolare squillacese varie volte qui menzionata, di cui finora si conosceva esclusivamente la testimonianza scritta del Lottelli, non trova più conferma soltanto in essa, ma anche nell’epigrafe di Matteo de Alamagna, che è anteriore di 172 anni. Trattandosi, quindi, di una tradizione che vigeva già nel 1522 e che il Lottelli nel 1694 definiva antiquissima, non ritengo possa essere sottovalutata. Anche alla luce, perciò, di alcuni reperti emersi da ricerche archeologiche, che non necessariamente, comunque, debbono portare a conclusioni definitive, non identificherei le vestigia dei montis Castelli secreta suavia, di cui fa menzione Cassiodoro, nel luogo della chiesetta di Santa Maria del Mare o Veteris Squillacii / de Veteri Squillatio48, ubicata sul promontorio di Stalettì. Quantunque la Zinzi49 del resto — e mi sia consentito un ulteriore chiarimento —, a sostegno della sua tesi circa l’abbandono del monastero di Vivarium da parte della relativa comunità che si sarebbe stanziata nel sito della su citata chiesetta, dove, secondo quella studiosa ed altri, è da individuare il castrum quod Scillacium dicitur50, citi una bolla papale di Onorio III del 1219, da cui risulta che in monasterium Sanctae Mariae Veteris Squillacii era stato translatum monasterium Vivariense a beato Cassiodoro fundatum, è da notare, innanzitutto, che, se la bolla di Onorio III documenta – ma non specifica quando sia avvenuta – la translatio del monasterium Vivariense in quello di S. Maria, ciò non vuol dire che questa translatio è pertinente alla comunità monastica del VI secolo. A fondare, insomma, il monastero vivariense fu senza dubbio il beatus Cassiodorus51. Tenuto conto, però, delle iscrizioni graffite bizantine lì scoperte, consistenti in un’invocazione rivolta a un santo della quale s’è in precedenza detto, non sarebbe per nulla difficile credere che nei secoli successivi all’abbandono di quell’area da parte dei fratres cassiodorei, diretti, a mio avviso, verso l’odierna Squillace, si siano stabiliti nel monasterium chiamato Vivariense e a beato Cassiodoro fundatum quei monaci greco-orientali, da cui ho già posto in risalto che pare siano state portate sulle spiagge di Stalettì, nel secolo VIII o nei primi anni di quello successivo, le reliquie di Gregorio il Taumaturgo. Costoro quindi, stanziatisi in un primo momento in quel monastero, si sarebbero in seguito allontanati, sia per non essere troppo esposti alle scorrerie dei Saraceni, già presenti in Calabria “da un pò prima della metà del sec. IX”52, sia per meglio praticare, come s’è anzi messo in rilievo, vita ascetica in dimore speleotiche, fissando la loro sede più in alto, in un monasterium inteso come un insieme di grotte separate, nelle cui vicinanze la chiesa di S. Maria rappresentava il καθολικόν (ved. nota 36). Tale monastero, la cui chiesa, se non fondata da quei monaci, fu da essi rifatta su un preesistente centro cultuale53, è denominato, guarda caso, nel XIII secolo, in base alle nostre fonti, monasterium S. Mariae Veteris Squillacii O.S. Basilii54, così come monastero dell’ordine di S. Basilio vien detto nel secolo XV quello Sancti Gregorii de Stalacti (ved. nota 32). Tutto questo ci induce a ritenere che, datisi una regola, i predetti monaci siano passati a S. Maria da vita eremitica a vita cenobitica e che in seguito parte degli adepti di tale comunità si sia trasferita in un nuovo cenobio, da essa chiamato Sancti Gregorii, per distinguerlo dalla precedente sede, alla quale fu dato, invece, il nome di S. Maria e in lingua greca di αγία θεοτόκος, come si legge nei su menzionati documenti del notaio squillacese Peregrino Samonà, che fa distinzione, usando un suo termine, tra l’uno e l’altro κυνόβιος, pur appartenendo entrambi all’ordine di S. Basilio. Due centri monastici basiliani, quindi, di cui uno dedicato al culto di S. Gregorio, l’altro al culto mariano.
Poiché, inoltre, il monasterium di S. Maria fu detto Veteris Squillacii, ciò significa, a mio parere, che esso sorgeva in un sito della vecchia Squillace, divenuta vetus a seguito del suo abbandono alla fine del VI secolo, quando la popolazione si trasferì nell’area del castrum...Scillacium, vale a dire nella città attuale, il cui luogo, rispetto a quello di S. Maria, rappresentava ormai il sito della nuova Squillace. Se la vecchia città del Vl secolo exeunte, invero, corrispondeva a quella decantata da Cassiodoro (Var. XII,15) ed era ubicata, come si è proposto, non dove poi avvenne la fondazione del castrum...Scillacium, bensì nell’odierna Roccelletta di Borgia, sede della romana Scolacium55, bisogna precisare che essa non doveva limitarsi né alla pianura di quel luogo, che va ritenuta, invece, “zona centrale” dell’antica città56 (se accettassimo tale limite, saremmo in contrasto con la descrizione cassiodorea della sua patria, dove si afferma che Scyllaceum...in modum botryonis pendet in collibus, non quod difficili ascensione turgescat, sed ut voluptuose campos virentes et caerula maris terga respiciat: Var. XII 15,1-2), né alle prime colline a nord est del centro imperiale romano, ma doveva estendersi in lungo e in largo fino ad oltre il promontorio stalettiese (definiamolo area periferica), il cui litorale roccioso era ben noto nel mondo antico. Se Virgilio, d’altronde, conferisce a Scylaceum l’epiteto navifragum (Aen. III, 553: / “Caulonisque arces et navifragum Scylaceum” /) e Valerio Flacco attribuisce a Scylaceon57 l’aggettivo spumosum (Arg. III 36 / “spumosumque legunt fracta Scylaceon ab unda”/), chiarissimo è il riferimento agli scogli della fascia costiera (allora squillacese, ora stalettiese) di Copanello – Caminìa – Pietragrande, dove le navi potevano facilmente frantumarsi (si pensi al naufragio di Ulisse58) e l’onda, infrangendosi, rendeva spumeggiante il litorale. Inoltre, se in Var. XII 15,4 Cassiodoro scrive che Squillace fruitur marinis quoque copiosis deliciis, dum possidet vicina... claustra Neptunia creati mediante una excavatio di saxorum viscera eseguita ad pedem...Moscii montis, egli conferma che il luogo di quei claustra, ossia il pes del promontorio di Stalettì, costituiva un’area scillatina (possidet...claustra Neptunia), seppure periferica (“possidet vicina...claustra Neptunia”). Sarebbe come dire, ad esempio, che, pur essendo l’odierna zona di “Gironda” lontana quasi 5 chilometri dal centro di Squillace, essa, però, è un’area squillacese e come tale, quindi, rappresenta un luogo della città, alla quale bisogna per forza riferirsi, se si vuole geograficamente identificare quel luogo. Quando col passar del tempo, dunque, vetus si denominò l’abbandonata città di Squillace, onde Vetus Squillacium (Squillatium) dell’intestazione del monasterium o della chiesetta di S. Maria59, a buon diritto si volle porre un distinguo fra la vecchia Squillace, vale a dire l’urbs romana e la patria di Cassiodoro (quell’urbs che, grazie a Virgilio e a Valerio Flacco, era diventata nota per il suo litorale in parte roccioso e, perciò, pure e facilmente identificabile nel luogo di Sancta Maria Veteris Squillacii sovrastante la costa), e la nuova città, o meglio il castrum...Scillacium, situato, invece, molto più all’interno e distante dal promontorio di Stalettì.
Ritornando ora all’epigrafe da cui mi sono un pò troppo, ma necessariamente discostato, è fuor di dubbio che, pur con la nuova lettura da me proposta per il semirigo iniziale, è sempre racchiuso nel relativo passo un desiderio irrealizzabile: non a caso ricorre il congiuntivo ottativo manerent. Le cause, però, del non manere in mares di quegli edifici, che, seppure monastici, non fungono più da abitazioni per monaci (mi sovviene a tale proposito, pur con le rispettive differenze, l’odierno “hotel dei cappuccini” in Amalfi, un vecchio ed ameno convento adibito ad albergo), non sono contenute nei due semirighi centrali, se con essi, stando alla tesi del Brinati, l’autore dell’epigrafe vuol fare intendere che i mo<nument>i (?) non possono “rimanere perennemente come case dei concittadini”, in quanto “il tempo spietato distrugge tutto, e quindi anche le case di Cassiodoro una volta o l’altra scompariranno”60. A prescindere dalla ridicola interpretazione del genitivo mo<nument>i, perché travisare il significato del passo sevior o<mn>ibus mors / altu<m> humileq<ue> caput cidit? Se Matteo de Alamagna ha impiegato l’immagine della morte che recide tanto il superbo che l’umile capo, un motivo doveva anche esserci. Si potrebbe pur credere, a questo punto, che alle nuove generazioni squillacesi non sia dato di fruire degli edifici cassiodorei, causa la morte che recide le loro teste, morte, cioè, che verrebbe ad esse procurata dagli alieni, ai quali soltanto spetta vivere nelle case di Cassiodoro (Heu quis primus fuit ille / qui alienis palatia struxit). Io sono del parere, tuttavia, che i due semirighi centrali contengono un altro messaggio, in quanto appare chiaro che i motivi del non manere in mares di quegli edifici sono racchiusi nei due semirighi finali. Mi spiego meglio. Matteo de Alamagna è cosciente che i palatia cassiodorei non possono restare come dimore per le generazioni squillacesi: una triste sorte incombe su di essi, nei quali soltanto ad alieni è consentito abitare. Ne è conferma l’ultimo passo dell’epigrafe, in cui, usando uno stilema di tibulliana memoria (/ quis fuit horrendos primus qui protulit enses? /: El. I 10,1 ), l’autore esterna il suo rammarico nei confronti di colui che per primo costruì palazzi per gli stranieri. Così esprimendosi e alludendo senza dubbio ad alieni di una certa potenza, contro cui giammai il popolo avrebbe avuto il coraggio di ribellarsi, Matteo de Alamagna dimostra di conoscere bene la storia di quelle case e del paese in cui sono ubicate. Egli è convinto, pertanto, che, così come nel passato Squillace ha subìto la dominazione, ad esempio, dei Normanni, degli Svevi, degli Angioini e degli Aragonesi61, così come ora è occupata dai Borgia (i quali, insediatisi nel 1494, ne saranno signori fino agli inizi del 170062), anche in futuro essa sarà soggetta al governo di gente straniera, che certamente si approprierà delle case di Cassiodoro, dato il loro prestigio consistente nell’essere un impianto edilizio sorto per merito di uno dei più grandi uomini del medioevo. Da questo quadro storico abbastanza penoso di Squillace e dalle conseguenti previsioni pessimistiche del suo futuro nasce la dolorosa persuasione di Matteo de Alamagna che gli edifici cassiodorei, ora abitati dai Borgia, giammai potranno essere dimore per le nuove generazioni squillacesi, in quanto a quei signori succederanno certamente altri alieni, che s’impadroniranno delle predette case. È questa una grave realtà che per l’autore dell’epigrafe non può mutare: così – ripeto – vuole la sorte di quei palatia. In questa triste situazione, tuttavia, Matteo de Alamagna trova conforto in qualcosa di certo ed inestricabile, che sarà vindice del suo dolore: la morte. Si spiega, a questo punto, il messaggio contenuto nei due semirighi centrali, la cui interpretazione differisce da quella del Brinati. Più violenta di ogni cosa (sevior o<mn>ibus), cioè più forte, fra l’altro, della prepotenza degli alieni che hanno occupato, occupano ed occuperanno quelle case, la morte non guarderà in faccia nessuno. Recidendo tanto il superbo che l’umile capo, essa mieterà con la sua falce anche le teste di coloro i quali costituiscono e costituiranno gli invasori degli edifici cassiodorei. Stando, allora, a quanto sopra detto, l’epigrafe risulta composta da tre parti: l) e- sternazione di un desiderio irrealizzabile, 2) sollievo al dolore prodotto dall’impossibile realizzazione di tale desiderio, 3) esclamazione che rivela il perché questo desiderio non può trasformarsi in realtà.
Soffermandomi ancòra sul testo dell’epigrafe, sorprendente è, per quanto riguarda il verbo cidit del quarto semirigo, conservatosi nell’edizione del Lovisato, la congettura <ce>cidit proposta dal Brinati63. Egli, infatti, non solo non la giustifica, ma dà ad essa il significato di “recide” (che poi è quello giusto, ma non di <ce>cidit), senza rendersi conto che tale variante consiste nel perfetto indicativo del verbo cado, che, oltre a non racchiudere quel valore semantico, è intransitivo e, pertanto, non può avere un complemento oggetto. Cidit, invece, dovrebbe essere, a mio avviso, una forma di aferesi per recidit, prodotta dalla mancanza di spazio nella lapide. Recido, del resto, costituisce un verbo che, riferito a caput, come nel caso della nostra epigrafe, è noto in latino: si pensi a OV., Met. IX,7 1 / “De comitum numero caput est inpune recisum” / o a SEN., Con. VII 2,2 recisum...caput. Non è da scartare l’ipotesi, comunque, che l’autore dell’iscrizione abbia fatto ricorso all’aferesi di cui sopra al fine di sortire un effetto allitterante (“caput cidit”), così come all’inizio del semirigo precedente (“sed sevior”). Ecco allora, in considerazione di quanto finora rilevato, come va letto e tradotto il testo della lapide:
VTINA<M> MO<NACH>I ISTA MANERENT
IN MARES OPERA NOSTROS
SED SEVIOR O<MN>IBVS MORS
ALTV<M> HVMILEQ<VE> CAPVT CIDIT
HEV QVIS PRIMVS FVIT ILLE
QVI ALIENIS PALATIA STRVXIT
Traduzione
Volesse il cielo che queste case del monaco
rimanessero per i nostri figli!
La morte comunque, più violenta di ogni cosa,
recide sia il superbo che l’umile capo.
Ahi, chi per primo fu colui
che edificò palazzi per gli stranieri!
Circa l’autore dell’iscrizione e le cause che l’hanno ispirato a comporla, per nulla condivido l’opinione del Lovisato, secondo il quale Matteo de Alamagna è “qualcuno di que’ tanti architetti tedeschi, che andavan girando per l’Italia, offrendo qua e là i loro talenti nelle costruzioni di chiese, di palazzi e di fortezze”64. Supponiamo pure, infatti, che egli sia un tedesco; che importa però ad uno straniero – io mi domando – se, per colpa di altri stranieri che si sono impadroniti delle case cassiodoree, queste non potranno dare ospitalità alle nuove generazioni di Squillace? Va invece notato che Matteo de Alamagna, così com’è mosso da spirito di patriottismo (Heu quis primus fuit ille / qui alienis palatia struxit) e definendo nostri i mares squillacesi ( “in mares ...nostros”) nell’augurarsi che le case di Cassiodoro rimangano come dimore per essi, si manifesta apertamente uno dei loro patres e, di conseguenza, cittadino di Squillace. Pur appartenendo, d’altronde, ad una famiglia “originaria alemanna”, che, venuta in Italia durante il Regno di Napoli, era diventata “feudataria sotto Carlo I d’Angiò” ed aveva “goduto nobiltà nelle città di Napoli, Amalfi, Firenze, Squillace, Sanseverino etc.”65, Matteo de Alamagna – lo ripeto – doveva essere squillacese. Nel considerare abitazioni per stranieri, pertanto, gli edifici che la tradizione popolare riteneva fossero sorti grazie ad un insigne personaggio di Squillace e che egli pensava, come s’è in precedenza detto, giammai avrebbero potuto costituire dimore per le generazioni della sua terra natale, l’autore dell’epigrafe intese tramandare ai posteri un messaggio che racchiudesse un suo triste stato d’animo. Tale “Stimmung”, dunque, nasceva da dolorose circostanze pienamente comprensibili, che Matteo de Alamagna, legato ai valori della sua patria, non poteva tollerare.
Un’ultima considerazione, prima di concludere, mi sembra estremamente necessaria.
Se l’epigrafe rappresenta una manifestazione di sdegno contro gli alieni appropriatisi delle case di Cassiodoro e, quindi, anche contro gli stranieri che all’epoca dominavano Squillace, vale a dire i Borgia, come mai essa trovò posto proprio in quei palatia? Sarebbe, insomma, come far dormire un agnello nella tana di un lupo. È da credere, allora, che i Borgia, pur consapevoli del significato dell’iscrizione, fossero però tolleranti? A mio avviso le cose non stanno così. Il fatto che la lapide contenente l’epigrafe sia venuta alla luce mentre si abbatteva una parete di tramezzo delle aedes Cassiodori, potrebbe fare intendere che essa sia stata lì collocata in occasione di qualche restauro eseguito in assenza degli alieni, un’assenza che non sarebbe durata molto, se Matteo de Alamagna esprimeva col congiuntivo ottativo manerent un desiderio irrealizzabile circa la fruizione di quelle case da parte dei mares squillacesi. Ritornati gli stranieri, poi, e risultando l’epigrafe a loro molesta, essa sarebbe stata resa occulta mediante una parete, che, demolita dopo più di tre secoli e mezzo, rendeva noto ai cittadini di Squillace un sentimento legittimo di un loro nobile avo.
HABEAT SUA FATA SCRIPTUM
NOTE
* Mi corre l’obbligo di esprimere un particolare ringraziamento all’amico squillacese Salvatore Taverniti per avermi fatto pervenire a New York, dove io vivo, una trascrizione del testo di tale epigrafe, ancor prima che, durante uno dei miei doverosi soggiorni a Squillace, essa divenisse oggetto di un esame autoptico.
l. Cfr. G. BRINATI, Sulla iscrizione trovata nel 1887 a Squillace nelle case dette di Cassiodoro, in Rivista storica calabrese 1894, pp. 209 s.
2. Cit.
3. Cit., pp. 209 ss.
4. L’uso del dittongo ae, semplificato come qui in e, ricorre già nel latino medievale (cfr. D. NORBERG, Manuel pratique de latin médiéval, Paris 1968, p. 29, p. 109).
5. Per tale uso, noto fin dal latino arcaico, cfr. J. B. HOFMANN - A. SZANTYR, Lateinische Syntax und Stilistik, rist., München 1972, p. 184.
6. Cfr. F. BLATT, Novum Glossarium Mediae Latinitatis, Hafniae 1959 (fasc. MA), s.v. mas.
7. Cfr. R. KUHNER - C. STEGMANN, Ausführliche Grammatik der lateinischen Sprache, II, 1, Hannover 1912, pp. 566 ss.; A. ERNOUT- F. THOMAS, Syntaxe Latine, rist., Paris 1972, p. 34.
** Colgo l’occasione per mettere in risalto che, nel presentare di recente al lettore un’edizione riveduta e ampliata di una scelta delle Variae cassiodoree con introduzione, traduzione e note (Squillace 2001), scrivendo a pag. 36, nota 2, che, per quanto concerne la voce Senatore, “non si tratta di un titolo onorifico di cui” Cassiodoro “si fregiò, ma del nome proprio”, non volevo fare intendere che egli non avesse ricoperto la carica di senatore; volevo solo precisare che, pur avendo nelle Variae impiegato la predetta voce con riferimento a se stesso, Cassiodoro ne aveva fatto uso per notificare non un suo titolo onorifico, ma esclusivamente il nome proprio.
8. Nell’albero genealogico cassiodoreo, resoci noto dall’autore delle Variae in una delle sue lettere (I, 4), si distinguono prima di lui, almeno per l’Occidente, tre componenti: Cassiodoro bisnonno, Cassiodoro nonno e Cassiodoro padre (cfr. al riguardo V. A. SIRAGO, I Cassiodoro. Una famiglia calabrese alla direzione d’Italia nel V e VI secolo, Soveria M.lli 1983). Circa l’ultimo rampollo di questa famiglia, conosciuto come Cassiodoro Senatore, è da notare che, mentre il primo nome è un patronimico, il secondo, invece, costitui-sce quello proprio (cfr. TH. MOMMSEN, Cassiodori Senatoris Variae, Berolini 1894, p. VII: MGH AA, 12; D. M. CAPPUYNS, Cassiodore, in Dict. d’hist. et de géogr. eccl., XI, Paris 1949, c. 1350).
9. Sulla figura e l’opera di Cassiodoro Senatore, nonché sull’influenza da lui esercitata come maestro di Sacra Scrittura cfr., ad es., J. J. O’DONNELL, Cassiodorus, Berkeley, University of California Press, 1979; A. GIARDINA, Cassiodoro politico e il progetto delle Variae, in AA.VV., Teodorico il Grande e i Goti d’Italia, I, Spoleto 1993, pp. 45 ss.; L. VISCIDO, Appunti sulla scuola di Vivarium, in Res Publica Litterarum. Studies in the Classical Tradition 16 (1993), pp. 93 ss.; ID., Influenza delle Institutiones cassiodoree su Paolo Diacono, in Vichiana 3 (1992), pp. 247 ss.
10. Cfr. V. A. SIRAGO, cit., pp. l5 ss.; ID., Puglia e Sud Italia nelle Variae di Cassiodoro, Bari 1987, pp. l51 s.
11. CASSIOD., Inst. I 29,3: ed. R. A. B. MYNORS, rist., Oxford 1961, p. 74, a cui d’ora innanzi si farà riferimento.
12. ”...illius (sc. castri) enim patent adhuc vestigia in extremo civitatis angulo, qui respicit ad occidentem, flectiturque versus meridiem, soletque etiam hodie a civibus appellari ... castrum vetus, seu la torretta” (f.54r).
13. ”Porro illi, qui a Reggio Skillacium ingressi fuerant, cum viderent se ab illis nimium infestari, quos Rogerius in novo castello ad hoc posuerat, ...de nocte navem ingressi Costantinopolim aufugiunt...” (ed. E. PONTIERI, Bologna 1928, p. 24).
14. Cfr. P. COURCELLE, Nouvelles recherches sur le monastère de Cassiodore, in Actes du V congrès internationale d’archeologie chrétienne, Città del Vaticano-Paris 1957, p. 525; F. BOUGARD - G. NOYÉ, Squillace au Moyen Âge, in AA.VV., Da Skilletion a Scolacium, Roma-Reggio Calabria 1989, pp. 215 ss.; E. ZINZI, Studi sui luoghi cassiodorei in Calabria, Soveria M.lli 1994, p. 13, p. 75, p. 101, pp. 125 ss.
15. Cfr. E. A. ARSLAN, Una lettera di Gregorio Magno ed il problema dello spostamento dei centri costieri nella Calabria altomedievale, in Rassegna di studi del civico museo archeologico e del civico gabinetto numismatico di Milano 27-28 (1981), pp. 47 ss.; G. RHODIO, Squillace - Scillacium e i luoghi cassiodorei. Continuità ideale e storica e problemi tuttora aperti, in Vivarium Scyllacense 1 (1990), pp. 43 ss.
16. Cit., pp. 215 ss.
17. Cit., p. l3, p. 75, p. l01, pp. l25 ss.
18. Cit.
19. Cit.
20. Cfr. THES. L. L., VIII, 1430, 32 ss.
21. Ed. A. J. FRIDH, Turnholti 1973, p. 482: CCh 96. A tale edizione si rimanda per i passi delle Variae che saranno più avanti citati.
22. C. LEWIS - C. SHORT, A Latin Dictionary, rist., Oxford 1975, s.v. tumulus.
23. Scala Parad. I: PG 88, 641.
24. Cfr. A. PERTUSI, Scritti sulla Calabria greca medievale, Soveria M.lli 1994, pp. 139 ss.
25. Cfr. in merito A. PERTUSI, cit., pp. 140 s.
26. Cfr. CASSIOD., Inst. I 29,2: Cassianum presbyterum, qui conscripsit de institutione fidelium monachorum, sedule legite....
27. Cit., p. 13, pp. 125 ss.
28. Cit., p. 125.
29. Cit., p. 13.
30. E. ZINZI, cit., p. 127.
31. Poiché, come scrive l’ARRANZ (Il culto liturgico di S. Agazio, in Vivarium Scyllacense 2, 1991, p. 89), “l’esodo di oggetti sacri da Costantinopoli verso Occidente era iniziato quando a partire dal 730 gli iconoclasti avevano cominciato a distruggere le icone sacre e a profanare le reliquie”, è per lui possibile che le spoglie mortali di Gregorio, come pure quelle di Agazio (Acacio), protettore di Squillace, siano state portate sui nostri lidi da monaci greco-orientali nell’VIII secolo o successivamente ad esso (cfr. M. ARRANZ, cit., p. 89). Ciò sarà avvenuto, comunque, non più tardi dell’inizio del secolo IX, tenuto conto di una testimonianza di Teodoro Studita (759-826), pertinente alla traslazione di quelle reliquie nella Kαλαβρίτις γαία (Oratio in S. Bartholomeum 7 : PG 99, 800 B). Desidero far notare, infatti, che, in base a tale oratio, come pure alla recensio del cosiddetto sinassario M*, formatasi nel XII secolo ed accolta nei menei di Venezia (MV 12, 125-126), nonché riprodotta nel tomo CV della Patrologia Graeca (213-217) in coda all’editio princeps della laudatio Bartholomei apostoli di Niceta Paflagone, perciò erroneamente a lui attribuita (cfr. per tale recensio A. LUZZI, L’influsso dell’agiografia italogreca sui testimoni più tardivi del Sinassario di Costantinopoli, in AA.VV., Calabria Cristiana. Società, religione, cultura nel territorio della Diocesi di Oppido Mamertina-Palmi. I. Dalle origini al Medio Evo, Soveria M.lli 1999, pp. 505 ss.), siamo a conoscenza che, trasportate da flutti marini assieme ad altre urne, le casse contenenti i corpi di Gregorio e di Acacio giunsero per volere divino dall’Oriente in Calabria, dove approdarono l’una a Colonna, l’altra nella città Kάλας καλουμένην (THEOD. STUD., ib.) o, come si legge in MV 12, 126, in AskάlouV pόlin. Non sappiamo quanto vera, così come raccontata nelle fonti di cui sopra, possa considerarsi la traslazione via mare delle reliquie di quei santi : il fatto che sia le loro urne, sia altre casse contenenti le spoglie mortali di S. Bartolomeo e dei martiri Papino (“Pappiano” in MV 12, 126) e Luciano superino l’Ellesponto, attraversino il mare Egeo e l’Adriatico, costeggino Lipari, dove si ferma l’apostolo Bartolomeo, si avviino le rimanenti verso i lidi della Sicilia, in cui approdano Papino e Luciano, da qui le altre, poi, si allontanino dirigendosi verso la Calabria è qualcosa di prodigioso a cui potremmo e non potremmo credere. Ritengo più accettabile, quindi, la possibilità che le reliquie del Taumaturgo e di Acacio siano state portate sulle nostre spiagge da monaci bizantini e che, perciò, quei santi mάrtureV siano stati inseriti in un racconto che – già noto nella letteratura occidentale del VI secolo con riferimento al corpo dell’apostolo Bartolomeo (cfr. GREG. T., In glor. mart. 34), anch’esso giunto in Occidente, rinchiuso in un’arca trasportata dalle onde marine – fu poi ripreso ed ampliato con la narrazione del viaggio marittimo delle spoglie di altri santi, dal momento che, come quelle di S. Bartolomeo, anche le reliquie di Papino, Luciano, Gregorio e Acacio erano pervenute in Italia dal lontano Oriente. A parte quanto finora esposto, tuttavia, sta di certo che sia il Taumaturgo, sia Acacio, giunti “in terra calabra” per divenire entrambi “protettori” di quelle póleis che li avrebbero accolti (cfr. THEOD. STUD., ib.), da secoli sono in realtà patroni l’uno di Stalettì, l’altro della vicina Squillace, che ne custodiscono le reliquie. E allora, propendo a credere che sia Kάλας, sia AskάlouV consistano in degli errori della tradizione manoscritta e che in Colonna, invece, possa identificarsi il centro fortificato sorto probabilmente alla fine del VI secolo sul promontorio di Stalettì (il cui toponimo sembra derivare dal dorico stάla, “colonna”, e dal termine aktή, che significa, fra l’altro, “capo”, “promontorio”, un composto, quindi, corrispondente al nome Stalaktή che in alcuni atti notarili del XIII secolo sta ad indicare appunto il borgo Stalettì : cfr. F. TRINCHERA, Syllabus graecarum membranarum, Neapoli 1865, p. 345, p. 406, p. 409), quando la popolazione di Squillace, di cui il sito del predetto centro, come si vedrà più avanti, costituiva area periferica, abbandonò la sede sul litorale per trasferirsi sul colle che ne è tuttora ricettacolo.
32. Per la testimonianza di Atanasio Chalkeópoulos sull’esistenza nel XV secolo del monastero Sancti Gregorii de Stalacti cfr. M. H. LAURENT- A. GUILLOU, Le ‘Liber Visitationis’ d’Athanase Chalkeópoulos (1457-1458). Contribution à l’histoire du monachisme grec en Italie méridionale, Città del Vaticano 1960, p. 117: “Die mensis januarii accessimus ad visitandum monasterium Sancti Gregorii de Stalacti, Squillacensis diocesis, quod distat a dicto casali Stalacti per medium miliare”; ib., p. 215: “...monasterium S. Gregorii, O. S. Bas., Squillacen. dioc....”; ib., p. 301: “...abbas Marcus Anthonius Armogica fecit unam grangiam sub casali Stalatti et vocavit monasterium Sancti Gregorii”. Per la testimonianza del notaio Peregrino Samonà sull’esistenza di quel monastero nel XIII secolo cfr. F. TRlNCHERA, cit., pp. 406-410. Al medesimo notaio, che nell’agosto del 1270 rogò un atto di vendita, si deve pure un altro documento non datato (cfr. F. TRINCHERA, cit., pp. 474-475; App. 2, pp. 552-553).
33. Cfr. G. JACOPI, Sarcofago con iscrizioni graffite bizantine scoperto nel Golfo di Squillace, in La voce di Calabria, 30 maggio 1953; ID., Sarcofago (forse di Cassiodoro) con iscrizioni graffite scoperto a San Martino di Copanello sul Golfo di Squillace, in Actes IX congrès int. d’ét. byz., Atene 1955, pp. 201 ss.
34. Cfr. A. PERTUSI, cit., p. 140, nota 5.
35. D. MINUTO, Ricordi basiliani tra Reggio e Locri. Notizie sui monasteri greci del versante ionico tra la sponda sinistra della fiumara Calopinace e la sponda destra della fiumara Gerace, in Studi per il 150º anno scolastico del Liceo-Ginnasio “T. Campanella” di Reggio Calabria, Reggio Calabria 1964, p. 176.
36. Sugli impianti speleotici attorno ad una chiesa o καθολικόν, adibiti nel monachesimo greco-orientale ed italo-greco a dimore eremitiche formanti un monastero, cfr. A. PERTUSI, cit., p. 84.
37. Se nato fra il 484 ed il 490, d’accordo con l’opinione di O’DONNELL (cit., p. 23), e ancor vivo all’età di 93 anni, come si apprende dalla praefatio del suo De orthographia, ne consegue che Cassiodoro morì o poco dopo il 577 o poco dopo il 583.
38. Cfr. GREG. M., Ep. VIlI 32, 1 ss.: “Questi...nobis sunt monachi monasterii Castelliensis... Indicaverunt... praedicti monasterii monachi castrum quod Scillacium dicitur in solo iuris monasterii eorum esse fundatum... Praeterea questi nobis sunt praedicti monasterii monachi abbatem suum terram intra Scillacinum castrum, quae in sexcentos pedes extenditur, sub praetextu fabricandae ecclesiae fraternitati tuae donationis titulo concessisse” (ed. D. NORBERG, Turnholti 1982, pp.155 s.: CCh 140 A). Anche per altri passi dell’epistolario di Gregorio Magno, che saranno riportati nel corso del presente lavoro, si seguirà tale edizione.
39. E. ZINZI, cit., p. 57, nota 128. Cfr. pure L. VISCIDO, Appunti..., cit., p. 97.
40. Cit.
41. Per una descrizione di questo centro fortificato cfr. F. BOUGARD - G. NOYÉ, Chronique des activités de l’École Française de Rome. 4. Squillace (prov. de Catanzare), in Mélanges de l’École Française de Rome 98 (1986), pp. l207 ss.; E. A. ARSLAN Ancòra da Scolacium a Squillace: dubbi e problemi, in Mélanges ...- Moyen Âge -, 103-2 (1991), pp. 469 ss.
42. E. A. ARSLAN, Ancòra..., cit., p. 482. Circa tale insediamento fortificato, de- sidero riportare qui di seguito quanto ancòra, fra l’altro, scrive l’ARSLAN (ib., pp. 482 s.): “inserita in una logica più di controllo marittimo che territoriale (le connessioni con l’interno appaiono difficili), la fortificazione sembra proporsi più come anello di una catena di piccoli e medi presidii di avvistamento e di prima resistenza... . Sembra avere quindi una funzione limitata ad un comparto marittimo ben preciso e doveva funzionare in connessione con altre strutture simili con le quali probabilmente si trovava in contatto visivo. Non ne doveva essere prevista una possibilità valida di resistenza su tempi lunghi, quale sarebbe stata necessaria se la fortificazione fosse stata in qualche modo un centro di controllo, di difesa e di coordinamento di un territorio più vasto. La resistenza doveva quindi essere prevista solo per il tempo necessario ad organizzare una difesa in altro luogo. Sembrerebbe quasi non prevista una possibilità di evacuazione del presidio, che comunque avrebbe avuto tempi ridottissimi in caso di attacco... . Anche se...il complesso fortificato ha avuto una evoluzione in senso residenziale, non è sostenibile una prevalente funzione di rifugio. La collocazione...e la natura delle strutture fortificate lo qualificano, infatti, in termini primari di natura militare, ponendo in secondo piano, se non escludendolo, la necessità di protezione di una popolazione civile. Questa doveva porsi all’esterno della cinta, come indica la natura delle strutture ancora affioranti nell’interno (più adatte, nella loro robustezza, a partizioni interne dell’impianto militare che a delimitare abitazioni civili di artigiani e agricoltori), era esposta a qualsiasi eventuale attacco e soprattutto doveva accettare di vivere intorno ad una realtà militare che pagava il privilegio di collocarsi in posizione dominante con una pericolosissima visibilità da tutti i lati. Se noi quindi accettiamo per la fortificazione una funzione non militare di rifugio, la scelta del luogo non poteva essere peggiore. Se invece accettiamo una funzione di presidio militare nei confronti dei Longobardi, non si capisce la natura del presidio marittimo del complesso”.
43. A. BLAISE, Dictionnaire latin-français des auteurs chrétiens, Strasbourg 1954, s.h.v.
44. Cfr. THES. L.L., VIII, 1403, 43 ss.
45. Cfr. A. CAPPELLI, Dizionario di abbreviature latine ed italiane, rist., Milano 1912, p. 223.
46. Cito da F. E. HARRISON, Millennium. A Latin Reader / 374-1374, rist., Oak Park 1987, p. 102.
47. Ho già rilevato in precedenza che non di rado in latino, e persino in Cas- siodoro, mons è sinonimo di collis.
48. Sulle varianti del nome cfr. D. VENDOLA, Rationes decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV. Apulia-Lucania-Calabria, Città del Vaticano 1939, p. 314; M. H. LAURENT- A. GUILLOU, cit., p. 120, p. 301; F. RUSSO, Regesto Vaticano per la Calabria, I, Roma 1974, p. 633.
49. Cit., p. 101.
50. Cfr. E. ZINZI, cit., p. 100, p. 103, p. 110, p. 126; F. BOUGARD – G. NOYÉ, Squillace..., cit., pp. 215 ss.
51. Sulla beatitudo cassiodorea cfr. L. CUPPO - CSAKI, Beatus Cassiodorus, in
Vivarium Scyllacense 8.2 (1997), pp. 13 ss.
52. A. PERTUSI, cit., p. 55.
53. Se per la ZINZI (cit., p. 57, nota 128) la chiesa di S. Maria – dalla quale prese nome nei secoli medievali il su citato monasterium – “ può ben essere rifacimento dell’edificio sacro del castrum [quod Scillacium dicitur], abbandonato collo spostamento della città nella più interna sede attuale e compiuto allorché ne prende possesso la comunità basiliana”, non vedo il motivo per cui non possa considerarsi una fondazione della medesima comunità oppure il “rifacimento” di un preesistente centro cultuale, che non avrebbe nulla a che fare con l’ecclesia dello Scillacinum castrum di cui parla Gregorio Magno e della quale, come sostiene il RHODIO (cit., p. 47), può essere “erede” la Cattedrale dell’odierna Squillace.
54. Cfr. F. RUSSO, cit., p. 630, p. 633, p. 639.
55. Su tale identificazione come civitas cassiodorea cfr. E. A. ARSLAN, Relazione preliminare sugli scavi effettuati nel 1976-7-8-9 a Roccelletta di Borgia (Scolacium), in AA.VV., Colonia Minervia Nervia Augusta Scolacium. Atti Ce. S. D. I. R., II, Milano 1969-70, pp. 15 ss.; F. CANTARELLI, Rassegna delle fonti relative a Scylletion - Scolacium, ib., p. 107; E. ZINZI, cit., p. 63.
56. C. DONZELLI, Le strutture tardoantiche di Scolacium, in Mélanges..., cit. (1991), p. 485.
57. Sulle differenti forme del toponimo “Squillace” in latino sino all’età cas- siodorea cfr. L. VISCIDO, Origini di Squillace e sua importanza nell’antichità fino all’epoca di Cassiodoro Senatore, in Calabria Libri 9-10 (1984), pp. 14 s.
58. Cfr. SERV., scol. ad Aen. III 553: Alii dicunt Ulixen post naufragium in Italia de navium fragmentis civitatem sibi fecisse, quam navifragum Scyllaceum nominavit.
59. Dissento da quanto con assoluta certezza asserisce il RHODIO (cit., p. 67, nota 32), e cioè che l’aggettivo vetus è un “attributo del titolo di S. Maria” e non di Squillace. A sostegno di questa affermazione egli cita il seguente passo del Liber Visitationis d’Atanasio Chalkeópoulos (ed. cit., p. 301): Die 11 octobris venimus ad Sanctam Mariam de Veteri Squillatio, quae est abbatia et non ecclesia parochialis, quae etiam vocatur Episcopatus Squillacensis. Juxta Sanctum Basilium de Camardi est abbatia antiqua quae erat juxta mare, sed per timorem Turcarum abbas Marcus Anthonius Armogica fecit unam grangiam sub casali Stalatti et vocavit monasterium Sancti Gregorii. Secondo il RHODIO, i “basiliani non riferivano” quell’aggettivo alla vecchia Squillace, “bensì all’abbatia antiqua e abbandonata sui colli più a sud... del sito attuale di S. Maria (del Mare), che, proprio per essere più prossimo a Squillace (anzi nel suo territorio) e soggetto ad una particolare giurisdizione vescovile, ha avuto aggiunto il complemento (di luogo) Squillatio (in, a Squillace) o anche Squillatii (di Squillace)”. A parte, comunque, quanto da me poc’anzi rilevato, a parte il fatto, inoltre, che è lo stesso Atanasio a riferire che l’ecclesia del monasterium di S. Maria Veteris Squillacii si trovava in bono situ, ubi primitus fuit civitas Squillacii (ib., pp. 120 s.) — e qui vetus, riferito a Squillacium, pienamente si giustifica —; tenuto conto, ancòra, che il Chalkeópoulos fa ricorso a entrambe le dizioni Sancta Maria Veteris Squillacii e Sancta Maria de Veteri Squillatio (ib., p. 120, p. 301), è il caso di far notare che, se di “attributo” di Santa Maria si fosse trattato, l’autore del Liber Visitationis non avrebbe fatto uso dell’espressione Veteris Squillacii o de Veteri Squillatio, da cui emerge in modo chiaro, invece, che vetus è impiegato con riferimento alla città.
Desidero rilevare, infine, che in un documento greco del 1243, redatto dal più volte menzionato pubblico notaio Peregrino Samonà (cfr. F. TRINCHERA, cit., p. 409), la chiesa di S. Maria Veteris Squillacii è detta Θεοτόκος τoυ παλεου Σκυλλακός, dove παλεός (latino vetus) non si riferisce a Θεοτόκος, bensì a Squillace.
60. G. BRINATI, cit., p. 213.
61. Per un quadro storico di Squillace medievale cfr. M. MAFRICI, Squillace e il suo castello nel sistema difensivo calabrese, Reggio Calabria 1980, pp. 21 ss.
62. Cfr. M. MAFRICI, cit., p. 31, p. 184.
63. Cit., p. 212.
64. D. LOVISATO, cit., p. 11.
65. G. BRINATI, cit., p. 215.
CALE, COLONNA E L’ANTICO CULTO DI ACACIO E DI GREGORIO IL TAUMATURGO
In una sua “briciola” dal titolo puntualizzazioni, apparsa non molto tempo fa in Incontri, Domenico Minuto1, studioso abbastanza noto per le sue ricerche sugli insediamenti monastici nella Calabria bizantina, ha dato inizio al suo assunto riportando in lingua italiana un passo relativo all’oratio in Sanctum Bartholomeum di Teodoro Studita (s.VIII/IX), che gli è stato molto interessante al fine di identificare in un luogo del territorio reggino, nei pressi dello Stretto, la pólis di Colonna, dove, stando al monaco di Studion, pervenne via mare il corpo di Gregorio il Taumaturgo. Nell’opera poc’anzi citata, infatti, si legge che, a seguito del suo arrivo nell’isola di Lipari, l’apostolo Bartolomeo, qui giunto assieme ai corpi di quattro martiri, mandò in Sicilia Papino e Luciano, dei quali l’uno approdò a Milazzo, l’altro a Messina. Inviò, poi, gli altri due martiri “in terra di Calabria” : Gregorio en Kolύmnh th polei,, Acacio eiV KάlaV kaloumέnhn, affinché ciascuno di essi divenisse “protettore” degli abitanti di quelle póleis2.
Non sono in verità pienamente d’accordo col Minuto per quanto concerne il sito nell’area reggina della città di Colonna menzionata da Teodoro di Studion. Ancor prima, però, di esprimere alcune mie considerazioni a tale riguardo, desidero rivolgere la mia attenzione a quanto egli asserisce circa la città dove giunse il corpo di Acacio.
Non escludendo che in essa, nel cui nome non si riconosce alcuna pólis calabrese d’epoca bizantina e precedente3, possa identificarsi Scalea4, un centro urbano in provincia di Cosenza – dove non esiste, però, alcuna traccia del culto di quel martire, venerato, invece, da tanti secoli a Squillace5 (prov. di Catanzaro), Cale vocata, secondo il Lottelli, per un vitium di trascrizione6 ed in cui, come si legge nel Martirologio Romano, divinitus fu delatum il corpus di Acacio7 –, il Minuto considera KάlαV, dal punto di vista grammaticale, “un accusativo”8 (un accusativo plurale, s’intende), senza fare alcun commento in merito. Così KάlαV, qualora non fosse davvero un vitium di trascrizione, potrebbe considerarsi, se accordassimo il participio singolare al femminile kaloumέnhn, che segue subito dopo, con la dizione sottintesa thn pόlin (appena prima, nel medesimo passo, sta scritto …en Kolumnh th polei). Se tale dizione, però, fosse realmente sottintesa, come io credo, KάlαV potrebbe essere, allora, non solo accusativo, ma anche genitivo singolare di un supposto Kάlα, il che, alla luce di quanto sto per rilevare, non sarebbe affatto sorprendente. È pur vero che i nomi della 1º declinazione uscenti in -a impura cambiano al genitivo e al dativo tale vocale in -h, onde le desinenze -hV e -h; ma già nel greco postclassico si nota che questi nomi presentano anche il genitivo in -aV e il dativo in -a, tipo alcuni latinismi9 o altri nomi prettamente greci10. Nessuna meraviglia, quindi, se KάlαV fosse genitivo singolare (un morfema del greco seriore) e non accusativo plurale.
Va rilevato, inoltre, che lo stilema KάlαV (thn pόlin) kaloumέnhn (lett. “la città chiamata di Cala”) non desterebbe nemmeno sorpresa, in quanto un analogo costrutto è già noto in lingua greca : cfr. HOM., Iliad. XI 757-58 …Alhsίou έnqa kolώnh / kέklhtai…11; PIND., Nem. IX 41 / έnq’ AreίaV pόron άnqrwpoi kalέoisi…/ 12. Qualcuno, in effetti, potrebbe obiettare che Teodoro Studita non ha usato il genitivo del nome della città nell’espressione precedente en Kolumnh th polei, bensì il caso di pόliV, e che pertanto KάlαV è da ritenersi un accusativo come la dizione sottintesa thn pόlin che seguirebbe appena dopo. Ma il monaco di Studion, in realtà, non è costante nell’impiego di un medesimo costrutto, e ne rappresentano prova, nell’intero passo di nostra pertinenza, i frequenti complementi di moto a luogo, ora tradotti con εις più l’accusativo, ora con en e il dativo.
Ritornando al discorso iniziale, e cioè alla pólis di Colonna dove, come da testimonianza di Teodoro Studita citato dal Minuto, giunse il corpo di Gregorio il Taumaturgo, non so fino a che punto possa ritenersi valido quanto quello studioso afferma, e cioè che “l’informazione di Teodoro di Studion ci permette di collocare Colonna fra Cannitello e Scilla”13, nel territorio reggino. Per il Minuto, in altri termini, “Colonna”, di cui si fa menzione nell’oratio in Sanctum Bartholomeum, è, in effetti, “la contrada denominata San Gregorio, vicino Santa Trada, cioè fra Cannitello e Scilla”14, in quanto corrisponde al luogo “che compare nelle carte bizantine con il toponimo tradotto in greco Stilarion”15, nei cui pressi “l’imperatore Ottone II perse disastrosamente nell’anno 982 contro i Saraceni…”16. Le cose potrebbero stare pure in tal modo. Mi chiedo tuttavia : è al corrente il Minuto che in provincia di Catanzaro esiste un paesino, dove le reliquie del Taumaturgo sono oggetto di culto da parecchi secoli (l’esatta data è imprecisabile) ? Mi riferisco a Stalettì, un borgo sito sull’omonimo promontorio, di cui il santo di Neocesarea, giunto con Acacio in “terra di Calabria” per divenire con lui proaspistήV degli oikήtoreV che li avrebbero accolti, è guarda caso, protettore diletto, come l’altro lo è della vicinissima Squillace. Nella sua “briciola” il Minuto non fa menzione di Stalettì. Come spiegherebbe egli, allora, l’antico culto del Taumaturgo in quella località, il cui nome greco Stalaktή, così non di rado usato in alcuni atti notarili del XIII secolo17, potrebbe derivare dal dorico stάla (“colonna”) e dal sostantivo aktή (avente il valore semantico, fra l’altro, di “capo”, “promontorio”), un composto che trova analogia in Kolύmnh e che probabilmente ha sostituito nel tempo questa denominazione, per cui non a torto p. Raimondo Romano, nel suo compendioso ristretto della vita di S. Gregorio, scriveva nel XVII secolo che “tanti uomini e donne”, abitanti “della città di Colonna”, fondata “sopra un monte…che parea” appunto “una colonna”, “ritirati da un miglio e mezzo…edificarono Stalattì”, dove “fu…trasferito il Corpo del Santo”18 ?
In aggiunta a ciò, se si tiene conto del centro fortificato emerso a qualche chilometro di distanza da Stalettì, sempre sul suo promontorio, a seguito delle ricerche archeologiche effettuate dalla “Scuola Francese di Roma”, e da alcuni19 erroneamente identificato, a mio giudizio, nel castrum quod Scillacium dicitur, noto anche col nome Scillacinum castrum20, non potrebbe Kolύmnh consistere in quel luogo, le cui “strutture fortificate” sembrano essere del VI secolo exeunte o “successive”21 ? Se così stessero le cose, Colonna sarebbe stata inizialmente un’area periferica di Squillace (della città greco-romana, s’intende, compresa fra l’odierna Roccelletta di Borgia, centro, e la scogliera di Pietragrande, periferìa, sottostante il promontorio di Stalettì22), sviluppatasi poi come pólis non prima della fine del VI secolo d. C. Ne sono prova sia le strutture fortificate anzi dette, sia le intestazioni, di cui si ha testimonianza nel XIII secolo, della chiesetta di S. Maria Veteris Squillacii / de Veteri Squillatio23, ubicata nei pressi di quel luogo, che indicano il sito della “vecchia” Squillace, abbandonata quando, a causa delle incursioni dei Longobardi, i suoi abitanti si trasferirono nel castrum quod Scillacium dicitur, vale a dire sul colle dove oggi la “nuova” città si erge24.
NOTE
1. Cfr. D. MINUTO, Puntualizzazioni, in Incontri XI.1, gen-mar 99, pp.10 s.
2. Il testo greco da me seguìto è quello di PG 99, 800 B.
Si noti che la traslazione delle reliquie di quei martiri sulle spiagge della Sicilia e della Calabria è narrata pure, in lingua greca, nella recensio del cosiddetto Sinassario M* (cfr. in merito A. LUZZI, L’influsso dell’agiografìa italogreca sui testimoni più tardivi del Sinassario di Costantinopoli, in AA.VV., Calabria Cristiana. Società, religione, cultura nel territorio della Diocesi di Oppido Mamertina-Palmi. I. Dalle origini al Medio Evo, Soveria M.lli 1999, pp. 511 ss ), dove fra l’altro, al posto di KάlαV, è contenuta la lezione AskάlouV (cfr. PG 105, 216 B .
3. Cfr., ad es., G. P. GIVIGLIANO, La topografia della Calabria attuale in età greca e romana, in AA..VV., Calabria bizantina. Istituzioni civili e topografia storica, Roma 1986, pp. 57 ss.; D. FALCONE, L’evoluzione dei centri abitati in Calabria dal tardo antico all’età bizantina (IV-XI secolo d.C.), in Vivarium Scyllacense 5/1.2 (1994), pp. 43 ss.
4. Cfr. D. MINUTO, cit., p. 10.
5. Cfr. Sant’ Agazio, centurione e martire, patrono di Squillace e diocesi, a cura del Capitolo e delle Parrocchie di Squillace e dell’Istituto di Studi su Cassiodoro e sul Medioevo in Calabria, Davoli M.na 2000, p. 4.
6. IOSEPHI LOTTELLI de Scyllacio redivivo, lib.II, cap. VIII, manoscritto del 1694 reperibile presso l’archivio diocesano di Squillace e di recente edito da A. VACCARO (Squillace dall’età antica all’età moderna, Cosenza 1999).
7. Ed. H. DELEHAYE, Bruxellis 1940, 179.
8. Cit., p. 10.
9. Cfr. in merito St. B. PSALTES, Grammatik der Byzantinischen Chroniken, Gottingen 1913, pp. 143 ss.; E. FOLLIERI (a cura), La vita di San Fantino il Giovane. Introd., testo greco, trad., commentario e indici, Bruxelles 1993, pp. 137 s.
È da rilevare, comunque, che oltre alle desinenze -aV, -a dei nomi di origine latina esistono pure quelle classiche -hV, -h (cfr. St. B. PSALTES, cit., pp. 143 ss.). Se ne ha un esempio nel su citato passo di Teodoro Studita, dove il dativo Kolύmnh è un latinismo in cui è stata adottata la desinenza di stampo classico.
10. Cfr. A. N. JANNARIS, An Historical Greek Grammar, London 1897, p. 106.
11. Ed. A. T. MURRAY, London 1999, p. 548.
12. Ed. W. H. RACE, London 1997, p. 102.
13. D. MINUTO, cit., p. 11.
14. Ib., p. 10.
15. Ib., p. 11.
16. Ib.
17. Cfr. F. TRINCHERA, Syllabus graecarum membranarum, Neapoli 1865, p. 345, p. 406, p. 409.
18. Ed. U. NISTICÒ, Padre Raimondo Romano da Stalettì, il culto di san Gregorio Taumaturgo e le incursioni turche del 1644 e 1645, in Vivarium Scyllacense 8.1 (1997), p. 40, p. 48, p. 63.
19. Cfr. F. BOUGARD – G. NOYÉ, Squillace au Moyen Âge, in AA.VV., Da Skilletion a Scolacium, Roma-Reggio Calabria 1989, pp. 215 ss.; E. ZINZI, Studi sui luoghi cassiodorei in Calabria, Soveria M.lli 1994, p. 13, p. 75, p. 101, pp. 125 ss.
20. Entrambe le espressioni sono di GREG. M., Ep. VIII 32, 1 ss. (ed. D. NORBERG, Turnholti 1982, pp. 155 s. : CCh 140 A).