La tradizione del convito di san Giuseppe a Squillace

‘U cumbitu ‘e san Giuseppe”

Una delle tante tradizioni popolari del nostro paese, oramai scomparsa da parecchi anni , era il convito o per dirlo meglio  nella nostro dialetto  squillacese, “ ’U CUMBITU ” .
La curiosa tradizione era legata al culto di S. Giuseppe ed aveva inizio il primo mercoledì di S. Giuseppe . In questo e negli altri mercoledì del mese si svolgevano  i “ CUMBITI “.
Venivano invitati dei bambini, chiamati verginelli, in numero di 19 ( comunque in numero dispari) tra maschi e femmine, dell’età di 10-15 anni , di qualunque ceto sociale.
I bambini venivano fatti sedere a tavola e la padrona di casa iniziava a distribuire quanto aveva preparato e fatto benedire dal sacerdote della parrocchia.

Di solito il menù era rigorosamente rispettato: come primo piatto c’era la pasta con ceci e “finocchji ’e timpa ”, tipico della cucina squillacese, poi riso con il sugo di baccalà; il secondo comprendeva verdura con i fagioli, baccalà fritto ( la carne non si poteva mangiare ), zeppole e un pò di vino rosso accompagnato con fichi secchi, castagne ed altra frutta secca .
I bambini mangiavano avidamente, grati alla padrona di casa per quella desiderata scorpacciata e alla fine ,dopo averla ringraziata, tornavano alle loro case portando con loro il pane di S. Giuseppe e porzioni dei cibi che erano avanzati.
A casa la famiglia aspettava quanto portato dai bambini e così tutti assieme , per devozione di S. Giuseppe, consumavano il pasto benedetto.
Ancora oggi i più anziani ricordano con nostalgia la pasta e ceci  e ripetono che oggi quel buon sapore non è possibile più gustarlo.
A Squillace diverse erano le famiglie legate a questa tradizione che si alternavano nei vari mercoledì invitando le verginelle, in virtù di un voto fatto a S. Giuseppe. Per quella giornata in ogni casa arrivava la Provvidenza, infatti non si cucinava e si aspettava il cibo come una manna dal cielo.
Le verginelle , di solito , erano parenti o vicini “ di ruga ”. Particolare e davvero suggestivo era “ u cumbitu “ che veniva effettuato da alcune famiglie benestanti in quanto non avveniva in maniera ristretta bensì partecipava tutta la popolazione !
Per poter soddisfare un così grande numero di partecipanti al convito , venivano utilizzate grandi caldaie in cui si poteva cucinare quintali di pasta .
Alcune famiglie, quali quella della signora Annuzza Strongoli e figlio Giuseppe Megna, signora Giovannina Mungo, signora Ntonuzza Strongoli facevano il convito per una cerchia più ristretta di 60-70 persone.
L’unico convito a porte aperte, in cui erano invitati indistintamente tutti i cittadini di Squillace, era quello offerto dal Cav. Strongoli Pasquale che impegnava un numero consistente di persone addette alla cucina ed una quantità notevole di prodotti alimentari.
I preparativi di questo “ cumbitu” iniziavano una settimana prima , così il giorno di S. Giuseppe tutto era già stato predisposto.
Le donne venivano inviate nei campi a raccogliere cicoria selvatica da usare con i fagioli e finocchi selvatici per la pasta e ceci. La mattina della della festa di San Giuseppe vi era un gran da fare nell’attuale portone di Largo Baldaya ed in seguito nella piazza principale del paese.
Si iniziava verso le ore 10.00, erano impegnate circa 10 persone nella cucina e nella distribuzione , oltre ai proprietari Cav. Strongoli Pasquale e consorte signora Fiorita Concetta che , in prima fila, distribuivano quanto era stato cucinato.
Vicino ai calderoni vi era l’immagine di S. Giuseppe raffigurato con un mazzo di fiori in mano.
Secondo una tradizione popolare S. Giuseppe avrebbe dovuto benedire e moltiplicare il cibo preparato in suo onore.
Bisognava fare presto per poter essere i primi a ricevere il cibo e così pian piano si formava una lunga fila con centinaia di persone che, provvisti di una insalatiera di creta, attendevano il loro turno.pasta e ceci
Alcuni portavano con sè la “ ’nzalatareja “ per carpire una quantità maggiore di cibo, altri, invece, più furbi rifacevano la fila più volte portando il tutto a casa.

Alcune volte , nonostante l’abbondanza, il cibo in poco tempo si esauriva , per cui a coloro che si trovavano ancora a fare la fila veniva consegnata della pasta cruda, pane ed altre vivande.
In seguito, con il passare degli anni, nei “ cumbiti “ il cibo rimaneva nei calderoni e meno gente si accostava, nonostante il Cav. Strongoli facesse uso del banditore ( ’u vanderi era Micu ’u Chjarinu ) perchè andasse in giro per il paese ad invitare la popolazione.
L’ultimo anno che si ricordi diverse caldaie rimasero con il loro contenuto, la gente oramai non aveva più la stessa fame di anni addietro. Si avvicinava il benessere e con esso andava scomparendo una tradizione che , tra il sacro ed il profano, aveva lo scopo di aiutare la popolazione, perpetuamente in crisi, sollevandola , almeno per un giorno, dalla miseria e dagli stenti quotidiani.
Per poco tempo ancora il convito venne preparato tra le pareti domestiche di alcune famiglie devote al Santo, ma la tradizione era già inevitabilmente scomparsa.

Nella foto d’archivio : antica processione di san Giuseppe, piatto tipico.

Agazio Mellace

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